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La traduzione giuridica

Il termine linguaggio giuridico indica diversi generi legati strettamente allo scopo comunicativo, al contesto in cui sono utilizzati, agli eventi comunicativi o attività ad esse associate, oltre alle relazioni sociali o professionali che fanno da sfondo a questo contesto, vale a dire il tipo di relazione professionale che esiste tra i partecipanti che ne prendono parte.

In genere il linguaggio giuridico è noto per le sue caratteristiche di linguaggio ostico. Il diritto regola ogni manifestazione della vita sociale, perciò confluiscono nella terminologia giuridica termini creati dal legislatore, parole del linguaggio comune utilizzate in accezione tecnica e così via.

Espressioni “oscure”, sintassi sinuosa, arcaismi, ripetizioni, tortuosi labirinti linguistici: i traduttori non solo devono essere competenti nell’ambito del corretto utilizzo di termini del linguaggio tecnico specifico, ma occorre anche una buona conoscenza dei diversi ordinamenti giuridici. 

Quanto alle caratteristi del linguaggio giuridico, quest’ultimo si presenta per la sua nota caratteristica di essere un linguaggio impersonale, decontestualizzato, impone obblighi, conferisce diritti, permessi, proibizioni, ma il quadro è ancor più complicato se aggiungiamo che ogni paese ha un sistema normativo diverso, i cui effetti si producono non solo dal punto di vista linguistico ma anche culturale. 

Prendiamo ad esempio il linguaggio giuridico inglese. Alcune difficoltà traduttive dall’inglese all’italiano riguardano:

1)    La lunghezza delle frasi
2)    Il carattere nominale
3)    L’utilizzo di complesse locuzioni preposizionali
4)   Espressioni in sequenza di più parole o frasi appartenenti alla                                                                  stessa  categoria   grammaticale, legate dal punto di vista   semantico  e tra loro collegate con              congiunzioni
5)    Discontinuità nella frase
6)    Stile del testo proposto
7)    Terminologia 

Non dobbiamo inoltre trascurare il fatto che il Codice Civile italiano, di eredità Napoleonica, è dal punto di vista formale e del contenuto difficilmente comparabile a quello Britannico. Si sostiene infatti che, il nostro Codice Civile sia noto, se paragonato a quello Britannico, per la semplicità delle espressioni, a spese della “chiarezza”. Invece il sistema Britannico, Common Law, è generalmente privo di codificazione. Non esistendo quindi un vero e proprio compendio di leggi, il principio è il “precedente”: il giudice dovrà conformarsi alla decisione adottata in una precedente sentenza nel caso in cui quest’ultima sia identica a quella trattata nel caso già deciso.

Molto spesso, per un traduttore si fa avanti la necessità di far fronte alla nozione di equivalenza funzionale tra concetti appartenenti ai diversi ordinamenti giuridici, vale a dire un’equivalenza basata sul confronto di  due termini, in base alla realtà giuridica di appartenenza.

Vediamo qualche esempio in lingua francese:

Procuratore reggente     Procureur principal
Reo confessore              Coupable
Disastro doloso              Désastre criminel
Sezione penale              Chambre pénale

Inoltre, con l'affermarsi dell’ordinamento comunitario, sono evidenti le problematiche che scaturiscono dalle differenze e dalle distanze tra i sistemi giuridici e gli apparati linguistici comunitari.

Infatti di base, non si dispone di una comune terminologia giuridica, ma nella fase di elaborazione normativa, si è imposta all'interno delle  istituzioni comunitarie la prassi secondo la quale la bozza preliminare del documento normativo viene realizzata utilizzando le tre principali lingue di lavoro (inglese, francese e a volte il tedesco). Pertanto, i documenti non sono pensati multilingue, e solo successivamente sono tradotti nelle diverse lingue ufficiali, cioè  nella fase finale della redazione.

Ulteriori problematiche riguardano il difficile rapporto tra la legislazione comunitaria e quella dei singoli Stati Membri. Gli atti comunitari sono difficilmente armonizzabili nei diversi contesti nazionali, sia perché la normativa richiede l'inserimento di concetti giuridici molto sono spesso sconosciuti agli assetti Nazionali stessi, e sia perché le difformità di recepimento da un ordinamento all'altro tendono a inficiare l'uniformità giuridica dell'Unione Europea.

Infine, è opportuno anche mettere in luce l’aspetto dell’intraducibilità dei concetti. Il traduttore giuridico si trova davanti alla necessità di lavorare in una costante attività di comparazione giuridica, verificare il significato esatto del concetto tradotto cercando nella lingua di arrivo un concetto con un significato paragonabile.

Quanto al genere testuale, dobbiamo anche considerare che la traduzione giuridica è un territorio molto vasto, tra generi testuali più disparati, a rimandi degli stessi ad altre realtà extratestuali in ambito giuridico, che fa sì che il lavoro del traduttore sia davvero quello di un esperto in legge a tutti gli effetti.
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http://www.torkanweb.com/#!LA-TRADUZIONE-GIURIDCA/c1jsz/ily3stoi21

L'Accademia della Crusca boccia i termini tecnici inglesi

I linguisti invitano operatori finanziari e giornalisti all'uso delle locuzioni italiane: "Più facili da comprendere". E invece di "smart working" semplificare con "lavoro agile".


Meglio le espressioni “salvataggio interno” e “salvataggio esterno”, più chiare dei termini inglesi economici “bail in” e “bail out”. E meglio sostituire “smart working” con “lavoro agile”: locuzione italiana perfettamente equivalente a quella inglese. L’invito arriva dal gruppo di specializzazione in “forestierismi” Incipit dell’Accademia della Crusca, la più importante istituzione italiana che raccoglie studiosi di linguistica e filologia della lingua. I membri di Incipit si occupano di esaminare e valutare neologismi e parole straniere cosiddette “incipienti” nella fase in cui si affacciano per fare ingresso nella lingua italiana.


Che spesso, soprattutto in campo economico, può diventare difficile da capire quando alle traduzioni italiane vengono preferiti gli incomprensibili termini inglesi. Come il caso, appunto, del bail in, usato nelle cronache di questi giorni che riguardano il caso della Banca Etruria, ad Arezzo. Il tribunale fallimentare si pronuncerà, a breve, proprio sull’eccezione di costituzionalità di bail-in presentata dai legali dell'ultimo presidente della vecchia Banca, Lorenzo Rosi.



Ma cosa significa? “L’espressione inglese, peraltro derivata dallo slang – rilevano gli specialisti – può essere sostituita con un vantaggio dal più chiaro salvataggio interno”. Con cui si intende l’uso forzoso di risorse dei clienti della stessa banca in difficoltà, diversamente dal "salvataggio esterno", in inglese "bail out", praticato in precedenza".



La Crusca così si rivolge direttamente agli operatori finanziari e ai giornalisti e chiede di “evitare” i forestierismi sia “nell’uso che nelle comunicazioni con il largo pubblico”. Secondo il gruppo di specializzazione, di cui fanno parte studiosi come Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, il presidente dell’ente Claudio Marazzini e Claudio Giovanardi, l'utilizzo dell'italiano al posto dell'inglese in questi casi aiuterebbe decisamente la comprensione dei contenuti bancari.
"Gli istituti – spiega la Crusca - (come era loro obbligo) hanno inviato ai correntisti spiegazioni della novità  che riguarda direttamente chi ha investito o depositato il proprio denaro. In molti casi però - sottolinea Incipit - le spiegazioni erano esageratamente lunghe, oscure e verbose: il termine inglese era in bell'evidenza in questi comunicati, mentre la traduzione italiana, se c'era, risultava difficile da individuare, benché sicuramente necessaria per comprendere davvero la sostanza dell'avviso".



Lo stesso vale per il termine smart working analizzato dalla Crusca proprio perché in Italia si sta lavorando a un disegno di legge su questa attività, una nuova forma di telelavoro che permetterà ai dipendenti di svolgere la loro attività in modo più flessibile, ad esempio da casa, per via telematica.Al termine inglese la Crusca preferisce “lavoro agile”. “Con grande piacere dobbiamo notare che non siamo isolati in questa opinione – dice l’Accademia -  dopo l'incertezza iniziale il termine "smart working" sta perdendo terreno e lascia il posto al trasparente ed espressivo "lavoro agile".
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http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/02/08/news/firenze_l_accademia_della_crusca_boccia_i_termini_tecnici_inglesi_no_usare_bail_in_meglio_salvataggio_interno_-132988789/?ref=fbpr

André Markowicz : "La traduction est un exercice de reconnaissance, de gratitude envers l'autre"

Voyage au pays de l'entre-deux avec un écrivain à qui l'on doit la traduction des classiques russes de Dostoïveski à Gogol, mais aussi de Shakespeare et de nombreux autres. Il nous offre cette année dans deux livres quelques unes des facettes passionnantes de son art si particulier, la traduction.


Pour André Markowicz  la traduction n'est pas une histoire de langue mais d'allers-retours entre des mondes, des cultures, des univers esthétiques. Une phrase de sa propre mère peut ainsi lui apparaître comme intraduisible parce qu'il n'a pas connu la faim et ne peut l'imaginer. La langue n'existerait-elle pas, n'y aurait-il que des façons de parler, des concepts adéquats à des cultures, des sentiments, des époques? Reconnaître cette pluralité, c'est faire de la traduction un mouvement vers l'autre qui le tranforme sans lui ôter sa spécificité.

<< C'est beaucoup plus facile pour un francophone de lire Shakespeare en langue originale que de lire le journal d'aujourdh'ui. En fait la traduction n'est pas une question de langue, on ne traduit pas une langue, on traduit des auteurs, on traduit un monde culturel >>.

<< La traduction est un exercice de reconnaissance, de gratitude envers l'autre que nous rendons accessible à nous-mêmes, non pas en le transformant en nous-mêmes mais en trouvant dans notre langue de quoi rendre sa particularité>>.

  Sons diffusés :
- Camille de Toledo, Archive INA, France Culture, 06/01/14
- Barbara Cassin, archive INA, France Culture 30/05/13

Vous pouvez réécouter ici La Grande Table avec Camille de Toledo pour son ouvrage Oublier, trahir puis disparaître.

Retrouvez ici la deuxième partie de l'émission avec les journalistes Stéphane Foucart et Catherine Guilyardi qui se demandent pourquoi le réchauffement climatique a tant de mal à imprégner l'opinion et l'action collectives.

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http://www.franceculture.fr/emission-la-grande-table-1ere-partie-andre-markowicz-la-traduction-est-un-exercice-de-reconnaissance

Linguaggi specialistici: una seconda lingua straniera?

Linguaggi specialistici, lingue speciali e micro lingue. Diversi sono i modi attraverso cui gli studiosi intendono un universo linguistico di lingua, codici, simboli e segni relativi a linguaggi che nascono all’interno di ambiti di alta specializzazione ( medico, legale, informatica ecc). Tuttavia occorre ricordare che queste forme di comunicazione partono da un linguaggio “comune”. 
Vale a dire della lingua di uso corrente che viene applicata nei diversi settori in questione e diventano perciò linguaggi “speciali” o che dir si voglia, “specialistici”. Pertanto una parola di uso comune si differenzia nel significato se applicata all’ambito comunicativo specialistico.
Il linguista Gian Luigi Beccaria, per esempio, ha osservato che oggi « tra vocabolario comune e vocabolario tecnico-scientifico si alzano barriere sempre più esili e le scienze immettono con sempre maggiore frequenza neologismi nella lingua corrente», aggiungendo inoltre che se «un tempo la persona di media cultura conosceva poche parole scientifiche, oggi ne conosce un gran numero» (Per difesa e per amore. La lingua italiana oggi, 2006, pp. 55 e 56).
Possiamo inoltre osservare che la presenza della terminologia specialistica nella lingua comune si avverte soprattutto in tutte quelle discipline o in quei campi del sapere che intrattengono rapporti più quotidiani nella nostra vita di tutti i giorni: il linguaggio medico o giuridico, sono un esempio fra tutti.

D’altro canto la preponderanza e l’irruenza delle nuove tecnologie nella vita quotidiana porta grandi “masse” di parlanti a familiarizzare con le relative terminologie tecniche. A far da tramite, sono anche tutte quelle scritture specialistiche particolari, dai foglietti illustrativi dei medicinali alle comunicazioni degli enti pubblici e privati con il cittadino. Un discorso a parte meriterebbe il linguaggio “tra specialisti”, in cui esiste un muro un po’ troppo alto per essere valicato dalle comuni masse di parlanti che non hanno gli strumenti necessari per accedere ai significati dei linguaggi in questione (pensiamo ad esempio ad un convengo medico).

Il modo in cui si formano e si consolidano i linguaggi specialistici sono la rideterminazione semantica di termini della lingua comune, realizzata soprattutto attraverso procedimenti metaforici, nella quale possiamo anche far rientrare i fenomeni di conversione grammaticale, cioè di passaggio da una classe a un’altra, molto spesso per ellissi («insufficienza della mitrale [valvola]», in Serianni 2005, p. 200).
Il transfert lessicale, ossia il trasferimento di vocaboli ed espressioni da una scienza già consolidata a una scienza o tecnica in via di sviluppo (tali metafore tecniche possono essere d’uso corrente presso gli specialisti o apparire nei testi divulgativi).

Aggiungiamo anche la creazione di neologismi per derivazione o per composizione , la composizione con elementi greco-latini e l’uso di sigle e acronimi, talora identici a nomi propri o comuni, come EDIT (Error Deletion by Iterative Transmission), fino all’accoglimento di forestierismi, in forma integrale, adattata o attraverso il calco semantico.
Infine, nel lessico dei linguaggi specialistici sono anche presenti i cosiddetti tecnicismi collaterali, cioè «particolari espressioni stereotipiche, non necessarie, a rigore, alle esigenze della denotatività scientifica, ma preferite per la loro connotazione tecnica» (Serianni 2005, pp. 127-59). In questa categoria possiamo accogliere anche tipi morfologici: il sintagma ‘nome + prep. a + nome’,  «reti a struttura accoppiata», espressioni in espansione perché adatte a rispondere ai composti nominali molto strutturati nell’inglese scientifico.

Per quanto riguarda la lingua delle tecnologie e dei nuovi media, lo strumento più usato per l’arricchimento del lessico in questo settore è la derivazione. Tuttavia sia la prefissazione che la suffissazione sono influenzate dal modello della lingua inglese, la quale impone una serie di suffissati ( -er per i nomi d’agente, -ing per i nomi d’azione ecc.) o di prefissati (cyber-). 

Sono molto utilizzati anche gli ibridi anglo-italiani,  bloggista, customizzare, con pronuncia oscillante tra la riproduzione di quella inglese e quella italiana. Non dimentichiamo anche la frequenza di composti con e- ‘elettronico’, con web- o con net- nel significato di ‘rete, tra i quali ricordiamo gli ibridi con sequenza anglosassone determinante-determinato (net-azienda ‘azienda che opera usando la rete’; e-farmacia ‘farmacia virtuale che commercializza i farmaci in rete’ ecc.). 
È evidente che il settore dell’informatica è ricco di elementi iconici, riconducibili alle icone che riproducono un oggetto o un comando, per esempio il disegno di una casa  indicare il pulsante virtuale che consente di spostarsi alla pagina iniziale (in inglese home page) o il disegno di un carrello della spesa per indicare il pulsante che consente di acquistare merci in rete. Non dimentichiamo inoltre le icone che, combinando caratteri alfabetici e segni della tastiera del computer, servono ad arricchire la comunicazione in rete (posta elettronica, chat, blog ecc.) oltre a tutto il paesaggio di sfumature emotive ed espressive delle ben note faccine o emoticons. 

Rispetto alla lingua italiana che riceve passivamente il linguaggio dell’informatica attraverso calchi linguistici, o “accogliendo” il termine inglese in uso, diverso è il comportamento di altre lingue straniere, le quali reagiscono molto più attivamente, tra tutte la lingua francese. Possiamo citare il caso di spam che il francese rende con il neologismo pourriel, ottenuto dalla fusione dei termini poubelle ‘cestino della spazzatura’ e courriel ‘posta elettronica’ (a sua volta coniato per giunzione delle sillabe iniziali di courrier ed electronique). 

In questo universo linguistico si colloca la professionalità del traduttore, nell’interpretare prima e tradurre poi, un contenuto linguistico specialistico. Occorre un’alta specializzazione non solo linguistica ma anche “tecnica”, relativa cioè a tutte le tecniche traduttive che nel corso del lavoro adopererà per adattarle al contesto linguistico di riferimento della traduzione. Allo stesso tempo un professionista deve “manipolare” anche il contenuto della traduzione, vale a dire deve avere una profonda conoscenza della materia ed adattarla al contesto socioculturale di riferimento. Pensiamo ad esempio al linguaggio giuridico o medico, settori altamente specializzati, tra i tanti,  in cui la traduzione è così importante da affidare al traduttore grandi responsabilità. Ecco perché si parla di specialisti della traduzione. 
Se parliamo perciò di lingue “specializzate” o “speciali”, parliamo anche di traduttori “specializzati” e forse, anche loro, un po’ “speciali”.


Dott.ssa Giovanna Bondanese, laurea in Lingue e Letterature Straniere, laurea magistrale in Traduzione Specialistica, laurea specialistica in Scienze della Mediazione Interculturale. Insegnante di lingua inglese, francese ed italiano per stranieri. Traduttrice, mediatrice interculturale.

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http://www.torkanweb.com/#!Linguaggio-e-tecnologia/c1jsz/NewsPostsItem2_if5dtj83142_2











Intervista a Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce

Enrico Terrinoni è un docente e un traduttore italiano. La sua traduzione dell’Ulisse di Joyce, edita nel 2012 da Newton Compton, ha vinto il Premio Napoli lo stesso anno e si è rivelata un successo di critica e commerciale. Attualmente, oltre a collaborare con la pagina culturale del Manifesto e occasionalmente con il Corriere della Sera, è al lavoro insieme a Fabio Pedone sugli ultimi due libri del Finnegans Wake per Mondadori, completamente inediti in Italia. 
Noi di Dude Mag gli abbiamo chiesto cosa significa essere un traduttore e in particolare un traduttore di Joyce. È uscita fuori la lunga intervista nella quale si parla, tra le altre cose, di occulto come sistema cognitivo, di marxismo come critica letteraria, dell’Ulisse come un libro semplice e dei traduttori come classe sfruttata. 
Abbiamo notato che tutte le interviste ai traduttori si inabissano sull’impossibilità della traduzione, recitando il noto adagio sul tradurre che equivale a tradire. Caviamoci subito il dente, cosa ci dici sulla questione?
È una non questione perché la possibilità si declina in termini di fattualità: la traduzione si fa da sempre. Oltre a farsi da sempre, c’è il fatto che la comunicazione si basa sulla traduzione, non devo citare Jakobson per spiegare che la traduzione non è solo interlinguistica ma anche intralinguistica: io e te parliamo la stessa lingua ma ci traduciamo.
Traduciamo il pensiero in parole, ma anche le parole in azione, la traduzione è ovunque. John Florio, studioso rinascimentale amico di Giordano Bruno, scrisse «il mio amico il Nolano mi ha insegnato che dalla traduzione nascono tutte le scienze». Lui con scienza intende il sapere e vuole dire che non c’è sapere senza traduzione. Tradurre vuol dire tramandare e il tradire è insito nel tramandare: io tramando qualcosa ed è inevitabile che la tradisca, fa parte della comunicazione stessa. La comunicazione si muove sulla menzogna, è il linguaggio stesso che permette labugia.
Sto andando a Londra a fare una conferenza dal titolo Impossible Translation, con Susan Bassnett, un’importante teorica della traduzione, e Declan Kiberd, noto studioso di Joyce. Il titolo è provocatorio perché se qualcosa è impossibile non dovrebbe darsi, invece la traduzione si fa. E anzi: più un testo è ambiguo, più è aperto e traducibile.
Nel 2012 è uscita la tua traduzione dell’Ulisse di Joyce per i Mammut della Newton Compton. Ci parli della genesi di quest’edizione? 
È nata in modo fortuito, ho ricevuto una mail da un editore che conoscevo per essere spiccatamente commerciale che mi chiedeva se volessi fare l’Ulisse. Io mi sono stupito, pensavo a uno scherzo. Solo in seguito mi hanno spiegato che loro cercavano uno studioso di Joyce che avesse pubblicato in merito e che fosse anche un traduttore di autori irlandesi. Io soddisfacevo entrambi i requisiti.
Ho studiato Joyce tutta la vita, da un lato sono stato allievo degli allievi di Giorgio Melchiori, grande deus ex machina dietro la precedente traduzione di De Angelis, dall’altro, in Irlanda, ho studiato con Declan Kiberd che è l’editor dell’Ulisse per la Penguin. Venivo da questi due importanti filoni di studi Joyciani. E l’idea di pubblicarel’Ulisse, un libro allora molto poco letto da noi, con un editore che applicasse prezzi di copertina molto bassi e raggiungesse vaste platee di lettori, era quello che avrei cercato, se avessi scelto io di tradurre il gran libro di Joyce. Ma mi è stato proposto, e a queste proposte non si dice di no.  
In che modo si distacca dalla precedente traduzione di Giulio De Angelis?
Non dovrei essere io a dire la differenza tra la mia versione e quella di De Angelis che è ottima e ancora validissima. I critici hanno detto tre cose fondamentalmente. 
La prima è che la mia traduzione è più popolare/demotica, ha un linguaggio più vicino a come si parla, quella di De Angelis aveva un linguaggio più aulico e classicheggiante. Il testo di Joyce era aulico o demotico? Dal mio punto di vista, e da quello di tanti altri studiosi, la lingua di Joyce era per gran parte colloquiale, un linguaggio molto basso che a volte tocca delle vette. De Angelis, per rispetto al grande scrittore, prese una deriva aulica. 
La seconda cosa che dicono è che il mio è un testo comico. De Angelis era più trattenuto. Hanno persino contato il numero di parolacce che ci sono nella mia versione, dicendo che Terrinoni le ha raddoppiate. Ancora una volta c’è da chiedersi: com’era il testo originale? Le parolacce c’erano ma nella versione precedente sono state spesso aggiustate, non so se per autocensura o incomprensione del gergo. Cock, la variante inglese più volgare per «cazzo», è diventato «uccellino» nella versione di De Angelis. Oggi sappiamo tutti che se uno ti dice cocksucker non sta parlando diuccellini.
La terza particolarità osservata dai critici è l’attenzione alla matrice irlandese, l’inglese di Joyce è d’adozione; lui scrive in inglese quasi per vendicarsi della lingua e della letteratura degli oppressori. Con la sua opera cerca di chiudere con un masso la bocca dei sepolcri imbiancati della letteratura inglese e farla finita col realismo. In Irlanda, l’irlandese gaelico va per estinguersi intorno agli anni cinquanta e Joyce appartiene alla prima generazione che ha l’inglese come prima lingua. Andrew Gibson sostiene allora che Joyce scrive per vendetta contro questa tradizione linguistica e letteraria degli oppressori. Succede quindi che a Dublino l’inglese venga utilizzato in maniera strana. C’è tutto un lessico di parole che significano un’altra cosa se usate a Dublino. I traduttori precedenti, grandi studiosi shakespeariani, ad esempio non conoscevano il gergo irlandese e percorrevano sempre la via inglese. 
All’inizio del testo c’è una parola fondamentale, un interazione che in dublinese significa merda, «scutter!». Nel vocabolario inglese la stessa parola è un verbo che significa «scappare via». C’è questo personaggio che non trova qualcosa nelle tasche e dice «scutter!», ed è stato tradotto qualcosa come «scappa via!», non ricordo. Il problema qui è ermeneutico perché Joyce, conscio di questa dualità, sapeva che scrivendo in dublinese si vendicava degli inglesi che non capivano quello che stava dicendo. Ho taccuini pieni di esempi del genere.
La lingua di Joyce costituisce una sfida per ogni lettore ma anche per ogni traduttore. Quali sono state le difficoltà maggiori che hai trovato nell’affrontare un opera come l’Ulisse? Come le hai superate?
Le difficoltà maggiori sono gli scarti di stile. Quando Joyce, come dicevo prima, scrive contro una tradizione letteraria. Un capitolo in particolare, il quattordicesimo, è una parodia di tutti gli stili della letteratura inglese. A partire dalla scrittura anglosassone, passando per l’omiletica medievale, per arrivare fino al gotico e al romanzo realista. Joyce in ogni pagina fa la parodia di uno scrittore.
Come lo rendi in italiano? Se al posto di Dickens faccio la parodia di Manzoni, perdo la pregnanza politica del discorso. In Spagna è stato fatto, hanno preso in giro la letteratura spagnola. Ma è politicamente sbagliato perché non solo Joyce non prendeva in giro gli spagnoli, ma non prendeva in giro neanche gli irlandesi, semmai gli inglesi. 
Come se fossero i catalani a parodiare gli spagnoli castellani.
Certo.
Che soluzione hai scelto?
Con il primo revisore, Carlo Bigazzi, ci siamo limitati ad una parodia degli stili, cronologicamente parlando. Partiamo da uno stile italiano antico e mostriamo la progressione. In questo vedi il tradimento, in questo nasce sul campo qualcosa di importantissimo.
Quindi anche voi avete usato la storia letteraria italiana. Partendo, non so, da Dante e da Petrarca?
Sì, ma senza localizzarla su autori particolari. L’importante era mostrare la progressione cronologica, perché uno dei temi di questo passo è la lingua come percorso embrionale che parte dal nulla per arrivare a una forma compiuta. 
In casi come questo ti rendi conto del tradimento insito nella traduzione: ci perdi, qualcosa ci perdi. 
Un sinonimo di tradurre è rendere e ogni resa è anche un arrendersi. 
In particolare la prosa dell’Ulisse tesse un discorso aperto, formato da flussi di coscienza e associazioni libere. Come traduttore hai sentito la necessità di razionalizzare del materiale suggestivo, cioè di seguire il percorso mentale di Joyce, fartelo presente e riproporlo poi in una forma ugualmente suggestiva? 
È interessante perché sia nella traduzione precedente, sia in quella successiva di Gianni Celati, per certi versi molto interessante e musicale, spesso si fanno tornare i conti, soprattutto nelle parti del flusso di coscienza: quando c’è qualcosa di strano la mettono a posto. Invece, quello che sembra un caos, non è caos, ma sembra caos.  E se sembra caos devi lasciarlo così. Anche a livello di sintassi e di grammatica: quando è incerto il soggetto della frase, è incerto perché è incerto, non è incerto perché non lo abbiamo capito noi. 
Questo avviene soprattutto nell’ultimo capitolo, quello di Molly, che ci torna sempre a mente sempre perché sono stati tolti i punti e le virgole. Ma non è solo quello il problema perché sono stati tolti anche gli apostrofi e in inglese gli apostrofi sono importanti. Levando gli apostrofi nascono della crasi, pensa a he’ll, costruzione del futuro, che diventa hell, inferno, oppure we’d, il condizionale, diventa wed, sposarsi. Quando succedono queste cose il testo ti permette di leggerlo in entrambi i modi. Allora ti devi rendere conto che in italiano bisogna creare lo straniamento, e non farti tornare le cose. Nel testo joyciano (ancora di più nel Wake) non siamo mai certi di quello che stiamo leggendo.
Dell’intenzione dell’autore.
L’autore è un fantasma, non arrivo a dire che è morto come hanno fatto in tanti, ma non è la preoccupazione del traduttore capire l’intenzione dell’autore, semmai capire l’intenzione del testo.
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http://www.dudemag.it/letteratura/intervista-a-enrico-terrinoni-il-traduttore-dell-ulisse-di-joyce/

Tradurre “Il piccolo principe” oggi

L'8 gennaio esce nei Grandi Libri Garzanti una nuova edizione del grande classico (i diritti scadono a giorni). Su IlLibraio.it la parola al traduttore, Massimo Birattari, nome di primo piano nel mondo della letteratura per ragazzi



Il piccolo principe non è un libro difficile da tradurre. È rivolto ai bambini, non alle grandes personnes, come mette in chiaro fin dalle prime righe Saint-Exupéry, e non contiene nessun «gioco di parole intraducibile» che bisogna rassegnarsi a spiegare in nota. La scrittura semplice e diretta e l’ovvia esigenza di fedeltà a un classico contemporaneo hanno dunque ridotto il ventaglio delle scelte. Alcune scelte, però, vanno fatte, se il traduttore vuole restare fedele alla lettera e allo spirito dell’originale.
Un esempio banale, a proposito di grandes personnes: come tradurre, «gli adulti» o «i grandi»? Molto meglio «i grandi», naturalmente. Ma la prima occorrenza, nella dedica a Léon Werth, è al singolare: «Chiedo scusa ai bambini per aver dedicato questo libro a une grande personne». Il singolare «un grande» qui sarebbe ambiguo, «persona grande» non suona idiomatico: dunque meglio «un adulto». Di qui la necessità di mantenere «adulti» nella dedica e all’inizio del testo, per poi passare, appena possibile, a «i grandi».
In generale, il principio della fedeltà mi ha spinto a rispettare i tempi verbali voluti dall’autore, anche nell’alternanza di passato prossimo e passato remoto a poche righe di distanza, per indicare azioni che appartengono allo stesso arco temporale. Uguale fedeltà all’uso del tu o del lei (per tradurre il francese vous) nei dialoghi tra il protagonista e i vari personaggi, con un’importante eccezione. Per tutto il capitolo VIII, il piccolo principe e la rosa appena sbocciata si danno del vous, e passano al tu solo nel IX, al momento dei saluti. Siccome in francese il vous ha e soprattutto aveva un uso molto più ampio del lei italiano, ho pensato che valesse la pena partire subito con il tu (volevo che entrambi usassero lo stesso pronome, e la rosa non avrebbe mai potuto dar del lei a un bambino).
E proprio sulla rosa c’è lo scarto più significativo tra la mia traduzione e l’originale francese. Sull’originale, la rosa amata dal piccolo principe è semplicemente «il fiore», e viene chiamata «rosa» a partire dal capitolo XX (quello in cui il protagonista, ormai sulla Terra, entra in un giardino con cinquemila rose, e si rende conto di non essere «ricco di un fiore unico», ma di possedere «solo una rosa ordinaria»). Per fedeltà alla lettera dell’originale, la traduzione presente da sessantacinque anni sul mercato italiano ha reso fleur con «fiore». In francese, però, la fleur è femminile; così come, al contrario, la parola «volpe» è maschile (le renard). E se, per quanto riguarda la volpe, la cosa non ha conseguenze significative sul testo (non è un problema che il piccolo principe abbia una volpe per amico), con il fiore la questione è diversa. Qui la grammatica genera un conflitto tra la lettera e lo spirito. Quel fiore ha indubbie connotazioni femminili (infatti le traduzioni inglesi usano il pronome she, non il neutro it): è très coquette, si scusa(nonostante la meticolosa toilette) per essere «tutta spettinata» («Mi sono appena svegliata…»). D’altra parte, in francese il sostantivo è femminile. Ma in italiano non esistono sinonimi femminili di «fiore» («infiorescenza» è impraticabile…). Per questo, visto che quel fiore è una rosa(su questo non c’è il minimo dubbio), anticipare il termine proprio, «rosa», mi è sembrata la soluzione migliore, o il male minore.
Per finire, segnalo un problema di «correttezza politica». Il capitolo XVI comincia ricordando che la Terra «conta centoundici re (senza dimenticare, naturalmente, les rois nègres)»: cioè, nella traduzione standard, i «re negri». Per fedeltà all’originale avrei dovuto usare anch’io la parola «negro»? Non è certo questa la sede (e non ho nessuna particolare qualifica) per discutere il senso e gli eccessi del politically correct, un concetto che ha condotto, soprattutto negli Stati Uniti, a proposte di bando dalle biblioteche pubbliche di alcune opere di Shakespeare o a edizioni espurgate delle Avventure di Huckleberry Finn, in cui la parola nigger è stata sostituita da slave. Però oggi, in Italia, i ragazzi (soprattutto i ragazzi) percepiscono la parola «negro» come un insulto, mentre negli anni Trenta e Quaranta nègre, in francese (così come «negro» in italiano), di sicuro non aveva connotazioni negative, come dimostra l’idea stessa di Négritude, la negritudine teorizzata da scrittorie intellettuali come Aimé Césaire e Léopold Sédar Senghor. Poiché la traduzione è per definizione adattamento, anche a un nuovo contesto, ho deciso di tradurre les rois nègres con «i re dell’Africa nera». Non mi pare un intervento censorio (censura sarebbe stata cancellare la parentesi, che contiene una punta di razzismo «d’epoca», verosimilmente inconsapevole); ho solo evitato di aggiungere una connotazione ulteriore, che certo non esisteva ai tempi dell’originale.
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http://www.illibraio.it/tradurre-il-piccolo-principe-oggi-159220/