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L'Accademia della Crusca boccia i termini tecnici inglesi

I linguisti invitano operatori finanziari e giornalisti all'uso delle locuzioni italiane: "Più facili da comprendere". E invece di "smart working" semplificare con "lavoro agile".


Meglio le espressioni “salvataggio interno” e “salvataggio esterno”, più chiare dei termini inglesi economici “bail in” e “bail out”. E meglio sostituire “smart working” con “lavoro agile”: locuzione italiana perfettamente equivalente a quella inglese. L’invito arriva dal gruppo di specializzazione in “forestierismi” Incipit dell’Accademia della Crusca, la più importante istituzione italiana che raccoglie studiosi di linguistica e filologia della lingua. I membri di Incipit si occupano di esaminare e valutare neologismi e parole straniere cosiddette “incipienti” nella fase in cui si affacciano per fare ingresso nella lingua italiana.


Che spesso, soprattutto in campo economico, può diventare difficile da capire quando alle traduzioni italiane vengono preferiti gli incomprensibili termini inglesi. Come il caso, appunto, del bail in, usato nelle cronache di questi giorni che riguardano il caso della Banca Etruria, ad Arezzo. Il tribunale fallimentare si pronuncerà, a breve, proprio sull’eccezione di costituzionalità di bail-in presentata dai legali dell'ultimo presidente della vecchia Banca, Lorenzo Rosi.



Ma cosa significa? “L’espressione inglese, peraltro derivata dallo slang – rilevano gli specialisti – può essere sostituita con un vantaggio dal più chiaro salvataggio interno”. Con cui si intende l’uso forzoso di risorse dei clienti della stessa banca in difficoltà, diversamente dal "salvataggio esterno", in inglese "bail out", praticato in precedenza".



La Crusca così si rivolge direttamente agli operatori finanziari e ai giornalisti e chiede di “evitare” i forestierismi sia “nell’uso che nelle comunicazioni con il largo pubblico”. Secondo il gruppo di specializzazione, di cui fanno parte studiosi come Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, il presidente dell’ente Claudio Marazzini e Claudio Giovanardi, l'utilizzo dell'italiano al posto dell'inglese in questi casi aiuterebbe decisamente la comprensione dei contenuti bancari.
"Gli istituti – spiega la Crusca - (come era loro obbligo) hanno inviato ai correntisti spiegazioni della novità  che riguarda direttamente chi ha investito o depositato il proprio denaro. In molti casi però - sottolinea Incipit - le spiegazioni erano esageratamente lunghe, oscure e verbose: il termine inglese era in bell'evidenza in questi comunicati, mentre la traduzione italiana, se c'era, risultava difficile da individuare, benché sicuramente necessaria per comprendere davvero la sostanza dell'avviso".



Lo stesso vale per il termine smart working analizzato dalla Crusca proprio perché in Italia si sta lavorando a un disegno di legge su questa attività, una nuova forma di telelavoro che permetterà ai dipendenti di svolgere la loro attività in modo più flessibile, ad esempio da casa, per via telematica.Al termine inglese la Crusca preferisce “lavoro agile”. “Con grande piacere dobbiamo notare che non siamo isolati in questa opinione – dice l’Accademia -  dopo l'incertezza iniziale il termine "smart working" sta perdendo terreno e lascia il posto al trasparente ed espressivo "lavoro agile".
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http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/02/08/news/firenze_l_accademia_della_crusca_boccia_i_termini_tecnici_inglesi_no_usare_bail_in_meglio_salvataggio_interno_-132988789/?ref=fbpr

Non solo inglese, francese e tedesco: l’italiano entra tra le lingue per i concorsi europei

L’italiano non sarà più discriminato nei concorsi dell’Unione europea per la selezione del personale delle Istituzioni. Dopo una lunga battaglia legale e una serie di ricorsi presentati dall’Italia - che ha fatto fronte comune con la Spagna - a partire dalla prossima primavera non saranno più inglese, francese e tedesco a farla da padroni. 

La notizia arriva con la risposta della vicepresidente della Commissione Ue Kristalina Georgieva a una interrogazione presentata dal vicepresidente dell’Europarlamento Antonio Tajani insieme al collega spagnolo Luis Ramon Valcarcel dopo le sentenze della Corte di giustizia europea che avevano dato ragione a Italia e Spagna sulla discriminazione delle lingue nazionali. 

«La Commissione ritiene che sia possibile migliorare alcuni elementi delle attuali norme generali relative all’uso delle lingue nei concorsi gestiti dall’Epso (Ufficio europeo di selezione del personale) alla luce delle sentenze», ha affermato Georgieva, ricordando che «in quest’ottica, l’Epso sta attualmente rivedendo le disposizioni generali relative ai concorsi». 

«Battaglia vinta, la lingua italiana non verrà più discriminata nei concorsi Ue», ha dichiarato Tajani, dopo la risposta di Georgieva che, da parte sua, ha garantito che «l’Epso si adopererà per garantire sia il pieno rispetto del principio di non discriminazione che un funzionamento adeguato e corretto dell’amministrazione dell’Ue in presenza di 24 lingue ufficiali». 

Con una sentenza del 24 settembre scorso, la Corte di giustizia aveva annullato tre concorsi organizzati da Epso a causa del fatto che la lingua era stata ridotta alla rosa tedesco-inglese-francese ed era stato inoltre imposto ai candidati di scegliere la seconda lingua all’interno della stessa rosa. E il 17 dicembre Il Tribunale Ue ha annullato con tre sentenze una serie di bandi di concorso dell’Epso per aver discriminato la lingua italiana. 



Già dal 2011 l’ufficio di selezione del personale Ue aveva cominciato ad adeguarsi e a pubblicare alcuni bandi di concorso e le prove di pre-selezione in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. Ma ora ci saranno nuove regole valide sempre e per tutti. E i tempi saranno brevi: l’Ufficio di selezione del personale Ue, ha spiegato Georgieva, «intende pubblicare la procedura di selezione rivista nella primavera del 2016». 
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http://www.lastampa.it/2016/01/14/societa/non-solo-inglese-francese-e-tedesco-litaliano-entra-tra-le-lingue-per-i-concorsi-europei-uizoy4f0W8jsHajJqV3RvK/pagina.html

Bellissime parole italiane dimenticate

Ci sono molte meravigliose parole italiane che, purtroppo, sono cadute in disuso. Scopriamone alcune grazie a questo divertente racconto!

Il sagittabondo e la sgarzigliona

Un giorno, un galante sagittabondo decise di tentare un esperimento: si vestì come il peggiore degli sciamannati e uscì di casa, ben deciso a conquistare una bella sgarzigliona.
Non appena intravide la predestinata, tuttavia, la mente del gaglioffo si obnubilò e lui commise un errore lapalissiano: le vi avvicinò meditabondo, le girandolò intorno e e la stordì con un discorso talmente pleonastico da sembrare artefatto.
La fanciulla, trasecolata dall’aspetto bislacco dello smargiasso, dapprima si spaventò, poi lo apostrofò con una bella ramanzina.
“Signorina, qui ci troviamo di fronte a un grosso granciporro! Non si lasci ingannare dai miei abiti frusti e venga a cena con me.”
La donzellaammaliata da quel lessico forbito, accettò un pasto luculliano, al termine del quale il nostro amico solipsista solo in apparenza lasciò addirittura una generosa buonamano.
Come finì? Vattelapesca!

Dizionarietto delle parole "vintage"

sagittabondo: che scocca sguardi che fanno innamorare
fonte: “Il libro delle parole altrimenti smarrite”, Sabrina D’Alessandro (Rizzoli)

sciamannato: disordinato, trasandato
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

sgarzigliona: fanciulla prosperosa
fonte: “Il libro delle parole altrimenti smarrite”, Sabrina D’Alessandro (Rizzoli)

gaglioffo: ribaldo, briccone
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

obnubilarsi: offuscare/indebolire la capacità di vedere o di comprendere
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

lapalissiano: di cosa o fatto, del tutto evidente, scontato
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

meditabondo: assorto, immerso in meditazione
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

girandolare: girare qua e là senza un fine determinato, girellare, aggirarsi
fonte: Vocabolario della lingua italiana Treccani

pleonastico: ridondante
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

artefatto: artificioso, affettato
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

trasecolare: rimanere sbalordito e sconcertato, allibire
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

bislacco: di chi si comporta in modo strambo
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

smargiasso: persona che si vanta di capacità o imprese inventate o ingigantisce le proprie qualità
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

apostrofare: assalire qualcuno con discorsi concitati, con tono deciso e brusco
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

ramanzina: lungo rimprovero, paternale
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti

granciporro: errore madornale
fonte: Grande dizionario italiano Garzanti

frusto: logoro, liso, consunto
fonte: Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti 
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http://it.babbel.com/it/magazine/parole-italiano-disuso

Intervista a Enrico Terrinoni, traduttore di Joyce

Enrico Terrinoni è un docente e un traduttore italiano. La sua traduzione dell’Ulisse di Joyce, edita nel 2012 da Newton Compton, ha vinto il Premio Napoli lo stesso anno e si è rivelata un successo di critica e commerciale. Attualmente, oltre a collaborare con la pagina culturale del Manifesto e occasionalmente con il Corriere della Sera, è al lavoro insieme a Fabio Pedone sugli ultimi due libri del Finnegans Wake per Mondadori, completamente inediti in Italia. 
Noi di Dude Mag gli abbiamo chiesto cosa significa essere un traduttore e in particolare un traduttore di Joyce. È uscita fuori la lunga intervista nella quale si parla, tra le altre cose, di occulto come sistema cognitivo, di marxismo come critica letteraria, dell’Ulisse come un libro semplice e dei traduttori come classe sfruttata
Abbiamo notato che tutte le interviste ai traduttori si inabissano sull’impossibilità della traduzione, recitando il noto adagio sul tradurre che equivale a tradire. Caviamoci subito il dente, cosa ci dici sulla questione?
È una non questione perché la possibilità si declina in termini di fattualità: la traduzione si fa da sempre. Oltre a farsi da sempre, c’è il fatto che la comunicazione si basa sulla traduzione, non devo citare Jakobson per spiegare che la traduzione non è solo interlinguistica ma anche intralinguistica: io e te parliamo la stessa lingua ma ci traduciamo.
Traduciamo il pensiero in parole, ma anche le parole in azione, la traduzione è ovunque. John Florio, studioso rinascimentale amico di Giordano Bruno, scrisse «il mio amico il Nolano mi ha insegnato che dalla traduzione nascono tutte le scienze». Lui con scienza intende il sapere e vuole dire che non c’è sapere senza traduzione. Tradurre vuol dire tramandare e il tradire è insito nel tramandare: io tramando qualcosa ed è inevitabile che la tradisca, fa parte della comunicazione stessa. La comunicazione si muove sulla menzogna, è il linguaggio stesso che permette labugia.
Sto andando a Londra a fare una conferenza dal titolo Impossible Translation, con Susan Bassnett, un’importante teorica della traduzione, e Declan Kiberd, noto studioso di Joyce. Il titolo è provocatorio perché se qualcosa è impossibile non dovrebbe darsi, invece la traduzione si fa. E anzi: più un testo è ambiguo, più è aperto e traducibile.
Nel 2012 è uscita la tua traduzione dell’Ulisse di Joyce per i Mammut della Newton Compton. Ci parli della genesi di quest’edizione? 
È nata in modo fortuito, ho ricevuto una mail da un editore che conoscevo per essere spiccatamente commerciale che mi chiedeva se volessi fare l’Ulisse. Io mi sono stupito, pensavo a uno scherzo. Solo in seguito mi hanno spiegato che loro cercavano uno studioso di Joyce che avesse pubblicato in merito e che fosse anche un traduttore di autori irlandesi. Io soddisfacevo entrambi i requisiti.
Ho studiato Joyce tutta la vita, da un lato sono stato allievo degli allievi di Giorgio Melchiori, grande deus ex machina dietro la precedente traduzione di De Angelis, dall’altro, in Irlanda, ho studiato con Declan Kiberd che è l’editor dell’Ulisse per la Penguin. Venivo da questi due importanti filoni di studi Joyciani. E l’idea di pubblicarel’Ulisse, un libro allora molto poco letto da noi, con un editore che applicasse prezzi di copertina molto bassi e raggiungesse vaste platee di lettori, era quello che avrei cercato, se avessi scelto io di tradurre il gran libro di Joyce. Ma mi è stato proposto, e a queste proposte non si dice di no.  
In che modo si distacca dalla precedente traduzione di Giulio De Angelis?
Non dovrei essere io a dire la differenza tra la mia versione e quella di De Angelis che è ottima e ancora validissima. I critici hanno detto tre cose fondamentalmente. 
La prima è che la mia traduzione è più popolare/demotica, ha un linguaggio più vicino a come si parla, quella di De Angelis aveva un linguaggio più aulico e classicheggiante. Il testo di Joyce era aulico o demotico? Dal mio punto di vista, e da quello di tanti altri studiosi, la lingua di Joyce era per gran parte colloquiale, un linguaggio molto basso che a volte tocca delle vette. De Angelis, per rispetto al grande scrittore, prese una deriva aulica. 
La seconda cosa che dicono è che il mio è un testo comico. De Angelis era più trattenuto. Hanno persino contato il numero di parolacce che ci sono nella mia versione, dicendo che Terrinoni le ha raddoppiate. Ancora una volta c’è da chiedersi: com’era il testo originale? Le parolacce c’erano ma nella versione precedente sono state spesso aggiustate, non so se per autocensura o incomprensione del gergo. Cock, la variante inglese più volgare per «cazzo», è diventato «uccellino» nella versione di De Angelis. Oggi sappiamo tutti che se uno ti dice cocksucker non sta parlando diuccellini.
La terza particolarità osservata dai critici è l’attenzione alla matrice irlandese, l’inglese di Joyce è d’adozione; lui scrive in inglese quasi per vendicarsi della lingua e della letteratura degli oppressori. Con la sua opera cerca di chiudere con un masso la bocca dei sepolcri imbiancati della letteratura inglese e farla finita col realismo. In Irlanda, l’irlandese gaelico va per estinguersi intorno agli anni cinquanta e Joyce appartiene alla prima generazione che ha l’inglese come prima lingua. Andrew Gibson sostiene allora che Joyce scrive per vendetta contro questa tradizione linguistica e letteraria degli oppressori. Succede quindi che a Dublino l’inglese venga utilizzato in maniera strana. C’è tutto un lessico di parole che significano un’altra cosa se usate a Dublino. I traduttori precedenti, grandi studiosi shakespeariani, ad esempio non conoscevano il gergo irlandese e percorrevano sempre la via inglese. 
All’inizio del testo c’è una parola fondamentale, un interazione che in dublinese significa merda, «scutter!». Nel vocabolario inglese la stessa parola è un verbo che significa «scappare via». C’è questo personaggio che non trova qualcosa nelle tasche e dice «scutter!», ed è stato tradotto qualcosa come «scappa via!», non ricordo. Il problema qui è ermeneutico perché Joyce, conscio di questa dualità, sapeva che scrivendo in dublinese si vendicava degli inglesi che non capivano quello che stava dicendo. Ho taccuini pieni di esempi del genere.
La lingua di Joyce costituisce una sfida per ogni lettore ma anche per ogni traduttore. Quali sono state le difficoltà maggiori che hai trovato nell’affrontare un opera come l’Ulisse? Come le hai superate?
Le difficoltà maggiori sono gli scarti di stile. Quando Joyce, come dicevo prima, scrive contro una tradizione letteraria. Un capitolo in particolare, il quattordicesimo, è una parodia di tutti gli stili della letteratura inglese. A partire dalla scrittura anglosassone, passando per l’omiletica medievale, per arrivare fino al gotico e al romanzo realista. Joyce in ogni pagina fa la parodia di uno scrittore.
Come lo rendi in italiano? Se al posto di Dickens faccio la parodia di Manzoni, perdo la pregnanza politica del discorso. In Spagna è stato fatto, hanno preso in giro la letteratura spagnola. Ma è politicamente sbagliato perché non solo Joyce non prendeva in giro gli spagnoli, ma non prendeva in giro neanche gli irlandesi, semmai gli inglesi. 
Come se fossero i catalani a parodiare gli spagnoli castellani.
Certo.
Che soluzione hai scelto?
Con il primo revisore, Carlo Bigazzi, ci siamo limitati ad una parodia degli stili, cronologicamente parlando. Partiamo da uno stile italiano antico e mostriamo la progressione. In questo vedi il tradimento, in questo nasce sul campo qualcosa di importantissimo.
Quindi anche voi avete usato la storia letteraria italiana. Partendo, non so, da Dante e da Petrarca?
Sì, ma senza localizzarla su autori particolari. L’importante era mostrare la progressione cronologica, perché uno dei temi di questo passo è la lingua come percorso embrionale che parte dal nulla per arrivare a una forma compiuta. 
In casi come questo ti rendi conto del tradimento insito nella traduzione: ci perdi, qualcosa ci perdi. 
Un sinonimo di tradurre è rendere e ogni resa è anche un arrendersi
In particolare la prosa dell’Ulisse tesse un discorso aperto, formato da flussi di coscienza e associazioni libere. Come traduttore hai sentito la necessità di razionalizzare del materiale suggestivo, cioè di seguire il percorso mentale di Joyce, fartelo presente e riproporlo poi in una forma ugualmente suggestiva? 
È interessante perché sia nella traduzione precedente, sia in quella successiva di Gianni Celati, per certi versi molto interessante e musicale, spesso si fanno tornare i conti, soprattutto nelle parti del flusso di coscienza: quando c’è qualcosa di strano la mettono a posto. Invece, quello che sembra un caos, non è caos, ma sembra caos.  E se sembra caos devi lasciarlo così. Anche a livello di sintassi e di grammatica: quando è incerto il soggetto della frase, è incerto perché è incerto, non è incerto perché non lo abbiamo capito noi. 
Questo avviene soprattutto nell’ultimo capitolo, quello di Molly, che ci torna sempre a mente sempre perché sono stati tolti i punti e le virgole. Ma non è solo quello il problema perché sono stati tolti anche gli apostrofi e in inglese gli apostrofi sono importanti. Levando gli apostrofi nascono della crasi, pensa a he’ll, costruzione del futuro, che diventa hell, inferno, oppure we’d, il condizionale, diventa wed, sposarsi. Quando succedono queste cose il testo ti permette di leggerlo in entrambi i modi. Allora ti devi rendere conto che in italiano bisogna creare lo straniamento, e non farti tornare le cose. Nel testo joyciano (ancora di più nel Wake) non siamo mai certi di quello che stiamo leggendo.
Dell’intenzione dell’autore.
L’autore è un fantasma, non arrivo a dire che è morto come hanno fatto in tanti, ma non è la preoccupazione del traduttore capire l’intenzione dell’autore, semmai capire l’intenzione del testo.
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http://www.dudemag.it/letteratura/intervista-a-enrico-terrinoni-il-traduttore-dell-ulisse-di-joyce/

Bocciatura del logo "Rome&You" del Comune di Roma da parte dell'Accademia della Crusca

Informalingua non ha una concezione purista della lingua e delle lingue e non disdegna l'uso di forestierismi (non solo anglicismi) anche all'interno degli articoli qui pubblicati. Tuttavia, ci è sembrata sacrosanta la bocciatura da parte dell'Accademia della Crusca dell'assurdo logo in lingua inglese "Rome&You" concepito dal Comune di Roma per le comunicazioni verso l'esterno. 


Secondo quanto riferisce il quotidiano romano Il Tempo, il linguista e presidente onorario dell'Accademia della Crusca Francesco Sabatini ha definito "provinciale" la scelta di sostituire il vecchio logo in lingua italiana con uno in lingua inglese e "superfluo" l'uso degli anglicismi per simili iniziative. "Si fermino un momento - ha dichiarato Sabatini - a riflettere su quello che fanno, respirino profondo e soprattutto pensino al significato delle parole straniere che usano, non dimenticando che possono provocare un guasto sociale. In Italia si deve avere il coraggio di dire no al provincialismo linguistico. 



Credo che nel ricorso, anzi all'abuso, nella comunicazione pubblica di tante parole inglesi, quasi sempre superflue, ci sia mancanza di un’attenta riflessione. Il ricorso a parole inglesi nella lingua italiana è accettabile quando manca nel nostro idioma un concetto simile a quello straniero. Altrimenti l’anglismo diventa superfluo. Quando si usano termini stranieri nella comunicazione pubblica bisogna pensare alla loro utilità, e soprattutto alla loro eventuale oscurità. I concetti devono sempre essere chiari e comprensibili per tutti. Altrimenti si fa un gioco inutile di parole e si dimostra "provincialismo".



Oltre a condividere in toto le affermazioni di Sabatini, ci teniamo a sottolineare un altro aspetto della questione. Se nel caso del logo "Rome&You" l'intenzione del Comune di Roma è quella di strizzare l'occhio a un pubblico internazionale con l'obiettivo commerciale (di marketing si direbbe) di attrarre più turisti e capitali stranieri nella Città Eterna, ebbene forse proprio una formula in lingua italiana sarebbe la scelta migliore in virtù del fascino indiscutibile che la nostra lingua esercita nel mondo. 



Nonostante la crisi economica che attraversa il nostro paese, i marchi italiani continuano ad attrarre l'attenzione dei capitali stranieri anche perché hanno nomi italiani e se i creativi delle agenzie pubblicitarie (a proposito il logo è costato ben 20.000 euro alle casse del Comune) sono in cerca di "brand" (marchi, si dice marchi!) efficaci, allora la lingua italiana è proprio uno di questi, ed è gratis, senza "copyright" (diritti d'autore, si chiamano diritti d'autore!). 
© Informalingua

“Ke” al posto di “che”? «Lo usavano già nel Medioevo»

Lo rivela l'Accademia della Crusca, che proprio oggi compie 430 anni.


Il 25 marzo 1585 nasceva ufficialmente l’Accademia della Crusca. La più antica istituzione linguistica del mondo compie 430 anni e, nonostante la propria missione sia quella di “mantenere pura” la lingua italiana, l’accademia si tiene decisamente al passo con i tempi. Perché “puro” non vuol dire “desueto”: per questo tra le discussioni e le questioni affrontate dai linguisti della Crusca ci sono anche parole e neologismi decisamente moderni, entrati nel linguaggio corrente grazie all’avvento delle nuove tecnologie. Un esempio su tutti? L’uso  - o meglio l’abuso – della K: un’abitudine nata con la diffusione degli sms, per risparmiare tempo e spazio, e che poi ha colonizzato gli stili di scrittura di un’intera generazione.

ACCADEMIA DELLA KRUSCA -

Invece che rabbrividire al pensiero di un “ke” scritto al posto di “che” gli accademici della Crusca approfondiscono, spiegano, argomentano. Fino ad arrivare alla conclusione che quel “ke” non è frutto dell’economia di caratteri ma era usato comunemente dai nostri antenati medievali:
Nelle prime testimonianze di volgare italiano si possono trovare scelte diverse: per la occlusiva velare sorda (casa, coda) si impiegarono k, qu, ch. Queste pratiche di scrittura sono documentate sin dalle origini: nel noto Placito di Capua (960) si legge “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene”, dove tra l’altro si susseguono que (da leggersi ‘che’, scritto imitando il modello latino) e ki per indicare lo stesso suono iniziale.

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 http://www.giornalettismo.com/archives/1770293/accademia-crusca-compleanno/

La lingua italiana nel mondo, opportunità e sprechi di una grande risorsa

Intervista con il Professor Luca Serianni, storico della lingua italiana all'Università La Sapienza di Roma e vice presidente della Dante Alighieri: L'italiano quarta lingua studiata nel mondo? "Non è facile dare cifre precise. Comunque è significativo che l'italiano risulti in una posizione alta della classifica, di fronte a lingue che contano su un numero di parlanti molto più alto"

La VOCE di New York ha intervistato Luca Serianni, professore ordinario di Storia della lingua italiana all'università "La Sapienza" di Roma . Serianni ha condotto indagini sulla storia linguistica italiana dal Medioevo a oggi, e sulla diffusione dell’italiano nel mondo. Socio dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dei Lincei, nel 2002 ha ottenuto la laurea honoris causa nell'Università di Valladolid, ed è direttore delle riviste Studi linguistici italiani e Studi di lessicografia italiana. Nel 2010 Serianni è stato nominato all'unanimità vicepresidente della Società Dante Alighieri.
Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri, il nostro idioma sarebbe la quarta lingua fra quelle più studiate al mondo.  Prof. Serianni, lei dirige una ricerca sulla diffusione dell’italiano nel mondo, secondo i suoi dati quanti studenti lo studiano? 
Non è facile dare cifre precise. L'italiano, come altre lingue straniere, si può studiare in molti modi: presso un gran numero di scuole private, le sedi della Società Dante Alighieri, gli Istituti italiani di cultura; oppure anche attraverso corsi individuali. La ricerca più recente e attendibile, di Claudio Giovanardi e Pietro Trifone, ha accertato che nell'anno 2009-2010 il numero di studenti d’italiano che seguivano un corso tenuto da un lettore nominato dal Ministero degli Esteri assommavano a 51.640. I due studiosi si sono anche chiesti quale sia la posizione in classifica nel mercato delle lingue. Risulta che l'italiano è, col francese, la prima lingua straniera tra le "terze scelte" e la prima tra le "quarte scelte". Questo vuol dire che un apprendente, dopo avere studiato altre due lingue (tipicamente l'inglese, saldamente al primo posto) e il francese (al secondo), e volendo affrontare lo studio di una terza o quarta lingua si rivolgerà con buona probabilità all'italiano. Le cifre assolute non possono essere molto elevate, perché sono pochi nel mondo coloro che studiano o conoscono, più di due lingue, oltre alla madrelingua. Comunque è significativo che l'italiano risulti in una posizione alta della classifica, di fronte a lingue che contano su un numero di parlanti molto più alto, come il russo o il portoghese (per non parlare di cinese o arabo), e con un notevole prestigio culturale e politico.
Perché l’italiano ha tanto successo in questo momento all’estero?
L'Italia continua a godere di un'immagine positiva come paese di grande cultura (pensiamo non solo all'arte e alla classica cultura alta, ma anche alla musica pop al cibo), espressione di uno stile di vita gradevole, favorito dalla mitezza del clima. Anche se negli ultimi decenni l'Italia è arretrata come meta turistica internazionale, a causa dei prezzi alti e dei cattivi collegamenti -- pensiamo solo alla difficoltà di raggiungere il Mezzogiorno, con le sue spiagge --, questa immagine positiva continua a farsi sentire. E non si possono trascurare lo studio e il lavoro: nel 2010 quasi la metà degli apprendenti si riconoscevano appunto in una di queste due motivazioni.
Molte istituzioni oggi si preoccupano di promuovere lo studio dell’italiano all’estero. È un’azione di politica linguistica o è un interesse serio da parte delle istituzioni per promuovere sia la nostra lingua e sia la nostra cultura? 
Credo che si tratti di un'azione di lungimirante politica linguistica, che tiene conto del prestigio di una certa tradizione culturale, ma anche dell'indotto economico che ne deriva. Pensiamo alla richiesta di insegnanti madrelingua, per esempio, ma anche alla moltiplicazione di contatti commerciali. Le interazioni finanziarie avvengono in inglese; ma se qualcuno vuole comprare via Internet del vino tipico da una piccola ditta del Monferrato o del Sannio può avere la soddisfazione di leggere in italiano, non in un inglese povero e stereotipato, i particolari sulla degustazione del prodotto e sull'abbinamento con i piatti caratteristici di una tradizione gastronomica.
Quali sarebbero le strategie più adatte per favorire lo sviluppo dell’italiano all’estero?
In primo luogo strategie indirette. Soprattutto una: potenziare il turismo, investendo di più in un comparto che i governi italiani stranamente trascurano. La conoscenza diretta di un altro paese suscita sempre, in una minoranza di visitatori, lo stimolo a familiarizzarsi con la sua cultura, a stabilire rapporti diretti con i suoi abitanti: dunque a imparare la lingua del luogo.  
Secondo numerosi articoli, l’italiano nelle università degli USA è molto richiesto, e molti studenti sia liceali e sia universitari lo scelgono perché desiderano visitare l’Italia. Infatti negli USA quasi tutte le università, e molti licei, hanno programmi con le diverse università italiane. A parte il vantaggio per lo studio dell’italiano, quali altri benefici questi programmi possono dare all’Italia?
Ovviamente il mondo anglofono rappresenta un obiettivo privilegiato. Non foss'altro che per una ragione banale: uno statunitense (o un britannico, un australiano ecc.) non ha il problema di studiare l'inglese come prima lingua e può rivolgere energie e tempo libero verso altre lingue. Anche qui il vantaggio è evidente: uno studente d'italiano, più motivato rispetto al turista medio da una certa conoscenza della lingua, è portato a viaggiare in Italia, a soggiornare anche in luoghi meno tradizionalmente battuti dal turismo (dall'Umbria al Salento). Ciò comporta benefici commerciali indubbi: chi pensa che lo studio delle lingue non abbia a che vedere con la bilancia dei pagamenti è decisamente fuori strada.
Molti insegnanti d’italiano vorrebbero insegnare nelle scuole pubbliche degli USA, che consigli può dare a questi docenti?
Il consiglio fondamentale è quello di non disamorare gli studenti con un eccesso di grammatica. Bisogna preoccuparsi di insegnare la lingua, certamente, ma anche di stimolare la curiosità per la cultura che la esprime. In particolare, punterei sulla conversazione e in un primo tempo privilegerei la competenza passiva: riuscire a essere in grado di capire quel che viene detto o di interpretare una pagina scritta è un ottimo modo per vincere il senso di spaesamento che coglie qualsiasi studente alle prese con un a lingua nuova.
La lingua italiana è una ricchezza, ma ci sono strutture politico-istituzionali che non si collegano e non colgono le potenzialità del momento. Come coordinare il tutto?
Attraverso l'istituzione di una struttura istituzionale (un ministero senza portafoglio o un sottosegretario con delega specifica) espressamente incaricata a coordinare le iniziative turistiche e le offerte di insegnamento linguistico.
Pensa che lo stato italiano debba finanziare con più soldi la diffusione della lingua italiana all'estero? E come per evitare sprechi?
Basterebbe prendere esempio dalla Spagna, che finanzia ampiamente l'Instituto Cervantes, consapevole dell'importanza dell'investimento sulle lingue. Non trascuriamo il fatto che lo spagnolo ha ottime posizioni nel mercato delle lingue: rappresenta la "prima scelta" per il 7% e la seconda scelta per il 16% (i dati per il tedesco sono rispettivamente l'1% e il 15%, per il francese il 9% e il 37%, mentre per l'italiano la "prima scelta" è a zero e la seconda l'8%). E la Spagna attrae da diversi anni più turisti dell'Italia. La paura degli sprechi non può bloccare la spinta a investire in un settore che, adeguatamente finanziato, può sviluppare grandi risorse. 
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http://www.lavocedinewyork.com/La-lingua-italiana-nel-mondo-opportunita-e-sprechi-di-una-grande-risorsa/d/9026/

Rete per l’eccellenza dell’italiano istituzionale

La Rete REI è una rete di professionisti che si occupano a vario titolo di lingua italiana. Il nostro obiettivo è migliorare la qualità dei testi istituzionali prodotti dalle pubbliche amministrazioni e dalle istituzioni nazionali e internazionali.
In queste pagine sono raccolti materiali di riferimento utili per chi voglia scrivere o tradurre documenti in un italiano chiaro, comprensibile e di qualità.
Questo sito, completamente ristrutturato ad ottobre 2013, è gestito dal servizio di traduzione della Commissione europea (DG Traduzione).

Giornata REI 2014

Gli aderenti alla rete si incontrano almeno una volta l'anno in occasione di convegni ai quali può partecipare chiunque abbia un interesse professionale o personale per la lingua italiana. La XIV giornata REI si svolgerà a Bruxelles a febbraio o marzo 2014. Maggiori dettagli saranno pubblicati su queste pagine non appena disponibili.





http://ec.europa.eu/translation/italian/rei/index_it.htm


Da “hashtag” a “rottamatore” ecco la nuova lingua degli italiani

Il vocabolario Zingarelli nell’edizione 2014 propone 1500 new entry, che arrivano da mondi diversi. Tecnicismi, parlate dialettali e persino slang americano entrano nella vita quotidiana.


Dopo aver inflazionato la cronaca politica e le pagine dei giornali, ora il “rottamatore” entra tra le nuove voci dello Zingarelli 2014 con il significato figurato di “colui che si propone di allontanare e sostituire un gruppo dirigente considerato antiquato” (fino a ieri si riferiva a chi si occupa della rottamazione delle auto). 

In genere le parole trovano posto nei vocabolari dopo tanti anni di rodaggio tra la gente, stavolta sono bastati tre anni a sdoganare la formula di Matteo Renzi. Ma se la scelta di inserire “rottamatore” non stupisce, altri vocaboli  registrati tra le 1500 new entry del dizionario suonano meno familiari, come ad esempio “adultescente”, neologismo usato per indicare i giovani trentenni le cui condizioni di vita (studio, lavoro, casa) e la cui  mentalità  sono considerate simili a quelle di un adolescente. Un’evoluzione della sindrome di Peter
Pan, malattia inguaribile dell’Occidente: gli anglosassoni li chiamano “kidult”, i bambini adulti  (kid+adult) e i francesi “adulescent” (contrazione dei termini “adult” e “adolescent”).

Ma come vengono selezionate le nuove voci? Massimo Arcangeli, direttore dell’Osservatorio linguistico Zanichelli, spiega: «Le parole sono simili ai fenomeni carsici, esplodono, si inabissano e poi magari si ripresentano. È importante tenerle a lungo sotto osservazione, valutarne la frequenza d’uso e anche il peso qualitativo e culturale. I mutamenti della lingua sono molto veloci, è naturale che a volte si arrivi in ritardo,
come nel caso di “videointervista” o “self-publishing”, in circolazione già da un po’». 

Colpisce che i “cocoprò” siano entrati solo ora, mentre è cosa nota che il “posto fisso” ha fatto il suo tempo, nonostante la Lonely  Planet continui a menzionarlo tra le caratteristiche dell’italian way of life, insieme al cornetto al bar e al cappuccino. «Le parole sono pesanti, rappresentano il reale», continua Arcangeli. Alcune ci ronzavano intorno da anni come il termine “rosicone”, diffuso soprattutto nell’Italia centrale per dire “invidioso” in una maniera più tormentata. L’aveva usato una volta Ilary Blasi affermando di essere “una tipa un po’ rosicona” e poi però se ne era appropriato un calabrese come Rino Gattuso dando dei “rosiconi” agli avversari della nazionale francese.

Altri modi di dire sembrano invece rinverdire il vecchio burocratese, sempre in agguato: da  “pedaggiare” (sottoporre a un sistema di pedaggio) a “asteriscare” (contrassegnare con un asterisco), da “profilazione” (descrizione sintetica del profilo di una persona) allo “sbigliettamento” (emissione dei biglietti per uno
spettacolo). «Un dizionario registra la densità dei cambiamenti, dunque anche la rinascita del burocratese, per il quale ci sarà unritorno di fiamma», spiega Arcangeli che cura sul sito Zanichelli il Dizionario del parlar
chiaro. 

Certo, l’identikit dell’italiano che viene fuori dallo Zingarelli 2014 non è confortante: siamo “iperattivi”, vestiamo “bling bling”, cioè “in modo vistoso e ostentato” e sembriamo affetti da un crescente “nostalgismo”.  Segno che nonostante la velocità dei cambiamenti, preferiamo vivere di rimpianti.

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