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Nuove forme di analfabetismo: leggere e scrivere nell’era digitale
L’alfabetismo non è solo la capacità di leggere e scrivere, ma implica sempre la gestione esperta di strumenti e tecnologie: saper tenere una penna, saper associare segni e suoni, saper utilizzare una tastiera, saper muovere le dita su un supporto a schermo. Insomma: coinvolge un insieme di prerequisiti, conoscenze e abilità, e la sua competenza può realizzarsi a diversi livelli cui corrispondono forme diverse di integrazione sociale. Come abbiamo visto, gli strumenti della comunicazione non sono sempre stati uguali e il loro continuo e rapido mutamento sta producendo anche oggi, proprio sotto i nostri occhi, nuove forme di analfabetismo.
Nuove forme di analfabetismo: gli analfabeti digitali
La prima delle nuove forme di analfabetismo odierne coinvolge la cosiddetta vecchia generazione: uomini e donne nati fra gli anni Quaranta e Settanta, con un’esperienza di scolarizzazione molto variabile a seconda del contesto di provenienza.
Pur non mancando le eccezioni di chi, nato in ambito rurale, è rimasto un analfabeta totale, queste persone sono cresciute nel mondo della parola scritta e, anzi, della lettura e scrittura hanno fatto il cavallo di battaglia dell’educazione, la chiave di accesso al mondo del lavoro e dell’emancipazione sociale. Era il mondo degli appunti presi sui quaderni, dei diari scritti in segreto, delle note stenografate sui blocchi da ufficio: quello in cui la calligrafia doveva essere bella, la scrittura ordinata e la brutta copia doveva sempre travasarsi in una versione più leggibile di sé stessa.
Parte di questa generazione ha avuto le sue belle grane già con la scrittura a mano, che per molti è rimasta una pratica saltuaria e lontana dalla quotidianità, associata soprattutto ai moduli da compilare, ai documenti da firmare, insomma all’universo incomprensibile e fastidioso della burocrazia, o al massimo alla lista della spesa da aggiornare o alle ricette da annotare. Seppure più sviluppata della scrittura, per molti di loro anche la lettura è stata e rimane un’esperienza imposta e faticosa, ma comunque praticabile.
Molto più problematico è invece il loro rapporto con le tecnologie digitali, davanti alle quali le nuove forme di analfabetismo sono divenute ormai tangibili. La maggior parte di queste persone ha infatti poca o nessuna consuetudine con l’universo informatico e digitale: in Italia si stima che in media fra il 40 e il 50% degli adulti non possieda un computer e non sappia usare internet (dati Istat su Cittadini e nuove tecnologie riferiti al 2013). Computer, telefonini e tablet sono per loro oggetti strani, quasi alieni, staccati dal vivere di ogni giorno.
La terminologia informatica è per loro una lingua straniera, e non solo perché elaborata per lo più in inglese. La stessa modalità pratica di produzione e condivisione delle informazioni è a loro estranea: la struttura, il lessico e le funzioni di un computer, l’utilizzo del mouse (il gesto del cliccare), la logica di organizzazione visiva di un desktop, i processi e i supporti di memorizzazione, l’architettura e le logiche di funzionamento del web. Le stesse persone hanno forti difficoltà, anche se con gradi diversi, nell’utilizzo dei telefonini, soprattutto degli smartphone.
Possiamo parlare, a tal proposito, di un analfabetismo informatico (o, nel caso di internet, digitale) perché a mancare a queste persone sono la conoscenza dei costituendi di base di un certo linguaggio e la consuetudine con i suoi strumenti, nonché più in generale le competenze per l’utilizzo delle cosiddette TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione).
Gli analfabeti informatici di solito si interfacciano con il mondo digitale attraverso i figli o i nipoti, che percepiscono come più esperti e a cui dunque chiedono aiuto, ad esempio per prenotare un viaggio o utilizzare l’home banking: l’analfabetismo diventa dunque una delle dimensioni attraverso cui si consuma l’attuale divario generazionale.
Tra le nuove forme di analfabetismo, questa è forse la più evidente e radicale. Abbiamo già chiarito infatti quali siano le potenziali implicazioni dell’analfabetismo in termini di vulnerabilità ed esclusione sociale. Non importa rispetto a quale codice essa si manifesti: se la mancanza di competenze genera sempre un rischio di emarginazione, allora la generazione degli analfabeti digitali rischia, nel giro di una decina d’anni, di venire esclusa non solo dall’universo della conoscenza ma anche dall’accesso a tutta una serie di servizi e pratiche quotidiane di base, indispensabili per la formazione del sé e per quella che viene già chiamata “cittadinanza digitale”.
Nuove forme di analfabetismo: i migranti digitali
La seconda fra le nuove forme di analfabetismo della società italiana (e non solo italiana) di oggi è una condizione ibrida e di passaggio: la vivono coloro che sono nati fra gli anni Settanta e Ottanta e che chiameremo, secondo la definizione datane da Marc Prensky nel 2001, “immigrati digitali” (o “nativi analogici”). Gli immigrati digitali sono coloro che hanno imparato ad utilizzare le tecnologie in età adulta o comunque tardivamente, apprendendone quindi l’uso come si apprenderebbe una seconda lingua.
Io stessa faccio parte di questa generazione: ho iniziato ad utilizzare il computer ed il telefonino quando ero adolescente e ho costruito le mie competenze in parte attraverso percorsi formali (ad esempio il corso di informatica a scuola: ricordo chiaramente che del linguaggio MS-dos non capivo assolutamente nulla: per fortuna è arrivato Windows a salvarmi), in parte attraverso pratiche intuitive, per tentativi ed errori, insomma attraverso l’uso. Tutt’ora impiego il computer e il tablet principalmente per scrivere, navigare in internet e fare ricerca, ma molte delle potenzialità di questi strumenti rimangono per me ancora sconosciute.
Mi considero parzialmente alfabetizzata al mondo digitale ma, ad un tempo e mio malgrado, anche una sua parziale analfabeta: fatico a leggere a lungo da un pc, a lavorare esclusivamente in modalità cloud, e soprattutto continuo ad operare il confronto fra lo schermo ed un foglio di carta. Non si tratta di romantica nostalgia, ma di abilità che sono hardwired e dunque solo parzialmente ri-configurabili: la mia architettura cerebrale è, in altre parole, quella di chi è cresciuto scrivendo a mano e leggendo libri di carta stampata.
Noto comunque che la mia stessa manualità va gradualmente modificandosi:scrivo sempre più raramente a mano e sempre più spesso al computer, usare la penna inizia a sembrarmi un’attività un po’ troppo lenta, mentre mi sono accorta di saper ormai digitare un testo al pc senza nemmeno guardare la tastiera: i miei automatismi, insomma, stanno inesorabilmente cambiando attraverso la consuetudine con i nuovi strumenti della scrittura, insieme al mio modo di cercare, selezionare e processare le informazioni e alla mia soglia di attenzione.
Un aspetto molto interessante di questo passaggio da uno strumento di scrittura all’altro, e che è stato già analizzato molto a fondo dalle scienze del linguaggio e della comunicazione, è proprio la modifica che sta coinvolgendo la nostra conoscenza e l’utilizzo dell’alfabeto e da cui nascono domande cruciali su possibili nuove forme di analfabetismo. Le nuove tecnologie producono un analfabetismo di ritorno? Una regressione nella competenza linguistica? O una semplice trasformazione del codice a cui secoli di storia ci hanno abituato?
Se fino alla scorsa generazione si è avuta, dell’alfabeto, una visione tutto sommato lineare (il famoso ordine alfabetico, convenzionale ed utile alla memorizzazione e alla consultazione dei dizionari), oggi i rapporti visivi fra le lettere sono sempre più quelli della loro distribuzione sulla tastiera (in Europa è in uso la cosiddetta QWERTY) di un pc, tablet o smartphone.
La messaggistica istantanea e le mail hanno generato forme lessicali sempre più essenziali e una sintassi stringata che assomiglia molto alla scrittura telegrafica diagnosticata nei casi di afasia: a metà fra l’orale e lo scritto, questo linguaggio immediato ed altamente simbolico (chiamato in inglese textese o txt-speak) è caratterizzato, per esempio, da caduta delle vocali, ideofoni, scrittura fonica, prestiti stranieri, sigle ed acronimi. Insomma, qualcosa di simile ad un vero e proprio gergo, comprensibile solo se se ne conosce la logica di funzionamento, ma che di fatto sembra funzionare piuttosto bene sul piano comunicativo. La scrittura intuitiva o T9, d’altra parte, favorisce la composizione delle parole e solleva spesso chi scrive dal problema di conoscere l’esatta ortografia della propria lingua. Gli hashtag (#), infine, stanno modificando alle fondamenta i meccanismi della composizione sintattica.
Sia nell’apprendimento di un linguaggio informatico in continua evoluzione, che in quello delle nuove e vivacissime lingue della messaggistica, i migranti digitali stanno attraversando il travaglio quasi morale dell’abbandono di un sistema di scrittura appreso da piccoli e provando la vertigine di alfabetizzarsi ad un linguaggio e ad un sistema di scrittura nuovi, con le difficoltà ed il potenziale innovativo che ciò comporta.
Come in tutti i casi in cui non si padroneggia più bene un linguaggio o si fatica ad acquisire il nuovo che lo va sostituendo, il rischio è quello di non potersi informare, aggiornare, interfacciare a sufficienza con i soggetti (come i propri figli) che il mondo digitale lo abitano invece da nativi, e di cui ci occuperemo fra poco trattando dell’ultima delle nuove forme di analfabetismo.
Nuove forme di analfabetismo: i nativi digitali
Sempre secondo Prensky, i nativi digitali sono coloro che, nati a partire dagli anni Novanta, sono cresciuti fin da subito in un ambiente caratterizzato dalle TIC, dai supporti multi schermo, dalla tecnologia touch e dall’iper-connessione: coloro che, insomma, abitano queste tecnologie come elemento del tutto naturale e parlano la lingua della rete come lingua madre.
Quando penso a loro, mi torna spesso in mente una scena vista qualche tempo fa al ristorante. Ad un tavolo sedevano padre e figlioletta di circa cinque anni: mentre aspettavano le pizze da asporto, il papà aveva aperto il giornale davanti alla bimba e lei, invece di usare il dito per seguire le righe del testo o voltare pagina, aveva iniziato semplicemente a strisciarlo sopra le pagine, come per cambiare schermata.
I nativi digitali, potremmo dire, funzionano in base ad un software diverso, installato in un hardware che si è a sua volta strutturato sui nuovi mezzi e codici della comunicazione: supporti informatici, e-book ed e-reader, LIM, piattaforme per l’e-learning, uso di figure, fotografie ed emoticon. Forse non passeranno nemmeno attraverso la scrittura a mano, o comunque l’andranno perdendo una volta usciti dall’ambiente strettamente scolastico.
Ecco dunque come si presenta questo particolare caso tra le nuove forme di analfabetismo: alfabetizzati sin dalla nascita al digitale, i nativi digitali diventeranno probabilmente analfabeti in ciò che noi invece conosciamo bene: la scrittura amanuense e lineare. Scrivere, infatti, oggi significa sostanzialmente digitare.
Nel corso dei secoli l’impiego privilegiato di una certa modalità comunicativa è andato sempre di pari passo con il potenziamento di uno specifico canale sensoriale: così, se alla fase dell’oralità è corrisposto lo sviluppo dell’apparato uditivo, con l’avvento della scrittura e poi della stampa si è venuta privilegiando sempre di più la vista. Oggi, invece, le tecnologie d’avanguardia stanno spingendo i nostri corpi a una rivalutazione radicale del tatto e della capacità tattile.
Sicuramente si rischia in tal modo il depotenziamento delle abilità cognitive stimolate dall’uso della calligrafia e della scrittura intesa in senso tradizionale: una certa capacità di analisi e pensiero discorsivo, la linearità e sequenzialità del ragionamento, il transito verso quello che l’Ocse ha definito “analfabetismo funzionale”, cioè l’incapacità di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana, di comprendere a fondo i testi e produrne di organici e strutturati.
Ad un tempo, però, proprio grazie agli ambienti di apprendimento virtuale, ma anche ad esperienze ludiche come i videogame, stiamo recuperando e rinforzando, per esempio, l’attitudine a pensare per immagini (tipica già, in realtà, dei nostri antenati e delle scritture ideografiche), il pensiero analogico, la capacità di un continuo monitoraggio del contesto e dei suoi innumerevoli stimoli, quella di pensare in parallelo, il multi-tasking, la capacità di generare e gestire contenuti in senso orizzontale (peer-to-peer) e, con essa, un nuovo tipo di socialità.
Rispetto ai precedenti universi comunicativi, quello attuale è dunque semplicemente diverso, e non è detto che implichi una perdita, ma semmai una trasformazione e riconfigurazione dei nostri processi fisico-mentali e delle nostre abilità di base. Pur parlandone come di nuove forme di analfabetismo siamo di fronte, di fatto, a nuove grammatiche e a nuove forme non solo del linguaggio ma anche, e soprattutto, del pensiero e dell’esperienza che lo alimenta.
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http://www.lenius.it/nuove-forme-di-analfabetismo/
La lingua italiana nel mondo, opportunità e sprechi di una grande risorsa
Intervista con il Professor Luca Serianni, storico della lingua italiana all'Università La Sapienza di Roma e vice presidente della Dante Alighieri: L'italiano quarta lingua studiata nel mondo? "Non è facile dare cifre precise. Comunque è significativo che l'italiano risulti in una posizione alta della classifica, di fronte a lingue che contano su un numero di parlanti molto più alto"
La VOCE di New York ha intervistato Luca Serianni, professore ordinario di Storia della lingua italiana all'università "La Sapienza" di Roma . Serianni ha condotto indagini sulla storia linguistica italiana dal Medioevo a oggi, e sulla diffusione dell’italiano nel mondo. Socio dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dei Lincei, nel 2002 ha ottenuto la laurea honoris causa nell'Università di Valladolid, ed è direttore delle riviste Studi linguistici italiani e Studi di lessicografia italiana. Nel 2010 Serianni è stato nominato all'unanimità vicepresidente della Società Dante Alighieri.
Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri, il nostro idioma sarebbe la quarta lingua fra quelle più studiate al mondo. Prof. Serianni, lei dirige una ricerca sulla diffusione dell’italiano nel mondo, secondo i suoi dati quanti studenti lo studiano?
Non è facile dare cifre precise. L'italiano, come altre lingue straniere, si può studiare in molti modi: presso un gran numero di scuole private, le sedi della Società Dante Alighieri, gli Istituti italiani di cultura; oppure anche attraverso corsi individuali. La ricerca più recente e attendibile, di Claudio Giovanardi e Pietro Trifone, ha accertato che nell'anno 2009-2010 il numero di studenti d’italiano che seguivano un corso tenuto da un lettore nominato dal Ministero degli Esteri assommavano a 51.640. I due studiosi si sono anche chiesti quale sia la posizione in classifica nel mercato delle lingue. Risulta che l'italiano è, col francese, la prima lingua straniera tra le "terze scelte" e la prima tra le "quarte scelte". Questo vuol dire che un apprendente, dopo avere studiato altre due lingue (tipicamente l'inglese, saldamente al primo posto) e il francese (al secondo), e volendo affrontare lo studio di una terza o quarta lingua si rivolgerà con buona probabilità all'italiano. Le cifre assolute non possono essere molto elevate, perché sono pochi nel mondo coloro che studiano o conoscono, più di due lingue, oltre alla madrelingua. Comunque è significativo che l'italiano risulti in una posizione alta della classifica, di fronte a lingue che contano su un numero di parlanti molto più alto, come il russo o il portoghese (per non parlare di cinese o arabo), e con un notevole prestigio culturale e politico.
Perché l’italiano ha tanto successo in questo momento all’estero?
L'Italia continua a godere di un'immagine positiva come paese di grande cultura (pensiamo non solo all'arte e alla classica cultura alta, ma anche alla musica pop al cibo), espressione di uno stile di vita gradevole, favorito dalla mitezza del clima. Anche se negli ultimi decenni l'Italia è arretrata come meta turistica internazionale, a causa dei prezzi alti e dei cattivi collegamenti -- pensiamo solo alla difficoltà di raggiungere il Mezzogiorno, con le sue spiagge --, questa immagine positiva continua a farsi sentire. E non si possono trascurare lo studio e il lavoro: nel 2010 quasi la metà degli apprendenti si riconoscevano appunto in una di queste due motivazioni.
Molte istituzioni oggi si preoccupano di promuovere lo studio dell’italiano all’estero. È un’azione di politica linguistica o è un interesse serio da parte delle istituzioni per promuovere sia la nostra lingua e sia la nostra cultura?
Credo che si tratti di un'azione di lungimirante politica linguistica, che tiene conto del prestigio di una certa tradizione culturale, ma anche dell'indotto economico che ne deriva. Pensiamo alla richiesta di insegnanti madrelingua, per esempio, ma anche alla moltiplicazione di contatti commerciali. Le interazioni finanziarie avvengono in inglese; ma se qualcuno vuole comprare via Internet del vino tipico da una piccola ditta del Monferrato o del Sannio può avere la soddisfazione di leggere in italiano, non in un inglese povero e stereotipato, i particolari sulla degustazione del prodotto e sull'abbinamento con i piatti caratteristici di una tradizione gastronomica.
Quali sarebbero le strategie più adatte per favorire lo sviluppo dell’italiano all’estero?
In primo luogo strategie indirette. Soprattutto una: potenziare il turismo, investendo di più in un comparto che i governi italiani stranamente trascurano. La conoscenza diretta di un altro paese suscita sempre, in una minoranza di visitatori, lo stimolo a familiarizzarsi con la sua cultura, a stabilire rapporti diretti con i suoi abitanti: dunque a imparare la lingua del luogo.
Secondo numerosi articoli, l’italiano nelle università degli USA è molto richiesto, e molti studenti sia liceali e sia universitari lo scelgono perché desiderano visitare l’Italia. Infatti negli USA quasi tutte le università, e molti licei, hanno programmi con le diverse università italiane. A parte il vantaggio per lo studio dell’italiano, quali altri benefici questi programmi possono dare all’Italia?
Ovviamente il mondo anglofono rappresenta un obiettivo privilegiato. Non foss'altro che per una ragione banale: uno statunitense (o un britannico, un australiano ecc.) non ha il problema di studiare l'inglese come prima lingua e può rivolgere energie e tempo libero verso altre lingue. Anche qui il vantaggio è evidente: uno studente d'italiano, più motivato rispetto al turista medio da una certa conoscenza della lingua, è portato a viaggiare in Italia, a soggiornare anche in luoghi meno tradizionalmente battuti dal turismo (dall'Umbria al Salento). Ciò comporta benefici commerciali indubbi: chi pensa che lo studio delle lingue non abbia a che vedere con la bilancia dei pagamenti è decisamente fuori strada.
Molti insegnanti d’italiano vorrebbero insegnare nelle scuole pubbliche degli USA, che consigli può dare a questi docenti?
Il consiglio fondamentale è quello di non disamorare gli studenti con un eccesso di grammatica. Bisogna preoccuparsi di insegnare la lingua, certamente, ma anche di stimolare la curiosità per la cultura che la esprime. In particolare, punterei sulla conversazione e in un primo tempo privilegerei la competenza passiva: riuscire a essere in grado di capire quel che viene detto o di interpretare una pagina scritta è un ottimo modo per vincere il senso di spaesamento che coglie qualsiasi studente alle prese con un a lingua nuova.
La lingua italiana è una ricchezza, ma ci sono strutture politico-istituzionali che non si collegano e non colgono le potenzialità del momento. Come coordinare il tutto?
Attraverso l'istituzione di una struttura istituzionale (un ministero senza portafoglio o un sottosegretario con delega specifica) espressamente incaricata a coordinare le iniziative turistiche e le offerte di insegnamento linguistico.
Pensa che lo stato italiano debba finanziare con più soldi la diffusione della lingua italiana all'estero? E come per evitare sprechi?
Basterebbe prendere esempio dalla Spagna, che finanzia ampiamente l'Instituto Cervantes, consapevole dell'importanza dell'investimento sulle lingue. Non trascuriamo il fatto che lo spagnolo ha ottime posizioni nel mercato delle lingue: rappresenta la "prima scelta" per il 7% e la seconda scelta per il 16% (i dati per il tedesco sono rispettivamente l'1% e il 15%, per il francese il 9% e il 37%, mentre per l'italiano la "prima scelta" è a zero e la seconda l'8%). E la Spagna attrae da diversi anni più turisti dell'Italia. La paura degli sprechi non può bloccare la spinta a investire in un settore che, adeguatamente finanziato, può sviluppare grandi risorse.
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http://www.lavocedinewyork.com/La-lingua-italiana-nel-mondo-opportunita-e-sprechi-di-una-grande-risorsa/d/9026/
Dove è più probabile che si presentino esigenze linguistiche e culturali?
L’uso della lingua del potenziale cliente è cruciale per migliorare le prospettive di business in varie situazioni:
✚ per descrivere l’attività sul sito Internet dell’azienda;
✚ per conformarsi alla legislazione e alle normative locali e per compilare
le dichiarazioni doganali;
✚ per preparare i dipendenti a trasferte o periodi di lavoro all’estero;
✚ per presentare offerte per appalti pubblici e altri tipi di contratti;
✚ per redigere contratti in uno stile adeguato e in conformità delle
normative locali;
✚ per assistere a procedimenti giudiziari (per es. per recuperare crediti
e tutela dei brevetti);
✚ per la pubblicità e le campagne di lancio dei prodotti all’estero;
✚ per condurre ricerche sul mercato estero;
✚ per selezionare e gestire agenti o distributori locali;
✚ per la gestione e la formazione di personale multilingue nel proprio
paese e all’estero;
✚ per fornire assistenza alla clientela e assicurare la qualità del servizio
post-vendita;
✚ per ottenere pagamenti e recuperare crediti;
✚ per gestire documenti, protocolli, metodologie aziendali e specifici
approcci locali;
✚ per condurre trattative su progetti comuni, acquisizioni e rilevamenti
di aziende.
Ambiti in cui l’uso della lingua del cliente può offrire ulteriori vantaggi:
✚ stabilire relazioni positive e infondere fiducia ai clienti importanti;
✚ mostrare rispetto delle differenze culturali e religiose;
✚ dar prova di impegno a lungo termine su un mercato estero;
✚ dimostrare ai dipendenti e ai clienti esteri che «fate sul serio»;
✚ accrescere il flusso di informazioni di mercato e di feedback dei clienti
e comprenderne il significato reale.
Che cosa può fare a livello individuale la conoscenza di lingue straniere:
✚ rafforzare la vostra autostima, sicurezza e autonomia all’estero;
✚ migliorare le vostre prospettive di lavoro;
✚ dimostrare il vostro rispetto per i partner commerciali;
✚ migliorare la vostra comprensione del mondo degli affari.
✚ per descrivere l’attività sul sito Internet dell’azienda;
✚ per conformarsi alla legislazione e alle normative locali e per compilare
le dichiarazioni doganali;
✚ per preparare i dipendenti a trasferte o periodi di lavoro all’estero;
✚ per presentare offerte per appalti pubblici e altri tipi di contratti;
✚ per redigere contratti in uno stile adeguato e in conformità delle
normative locali;
✚ per assistere a procedimenti giudiziari (per es. per recuperare crediti
e tutela dei brevetti);
✚ per la pubblicità e le campagne di lancio dei prodotti all’estero;
✚ per condurre ricerche sul mercato estero;
✚ per selezionare e gestire agenti o distributori locali;
✚ per la gestione e la formazione di personale multilingue nel proprio
paese e all’estero;
✚ per fornire assistenza alla clientela e assicurare la qualità del servizio
post-vendita;
✚ per ottenere pagamenti e recuperare crediti;
✚ per gestire documenti, protocolli, metodologie aziendali e specifici
approcci locali;
✚ per condurre trattative su progetti comuni, acquisizioni e rilevamenti
di aziende.
Ambiti in cui l’uso della lingua del cliente può offrire ulteriori vantaggi:
✚ stabilire relazioni positive e infondere fiducia ai clienti importanti;
✚ mostrare rispetto delle differenze culturali e religiose;
✚ dar prova di impegno a lungo termine su un mercato estero;
✚ dimostrare ai dipendenti e ai clienti esteri che «fate sul serio»;
✚ accrescere il flusso di informazioni di mercato e di feedback dei clienti
e comprenderne il significato reale.
Che cosa può fare a livello individuale la conoscenza di lingue straniere:
✚ rafforzare la vostra autostima, sicurezza e autonomia all’estero;
✚ migliorare le vostre prospettive di lavoro;
✚ dimostrare il vostro rispetto per i partner commerciali;
✚ migliorare la vostra comprensione del mondo degli affari.
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