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Non solo inglese, francese e tedesco: l’italiano entra tra le lingue per i concorsi europei

L’italiano non sarà più discriminato nei concorsi dell’Unione europea per la selezione del personale delle Istituzioni. Dopo una lunga battaglia legale e una serie di ricorsi presentati dall’Italia - che ha fatto fronte comune con la Spagna - a partire dalla prossima primavera non saranno più inglese, francese e tedesco a farla da padroni. 

La notizia arriva con la risposta della vicepresidente della Commissione Ue Kristalina Georgieva a una interrogazione presentata dal vicepresidente dell’Europarlamento Antonio Tajani insieme al collega spagnolo Luis Ramon Valcarcel dopo le sentenze della Corte di giustizia europea che avevano dato ragione a Italia e Spagna sulla discriminazione delle lingue nazionali. 

«La Commissione ritiene che sia possibile migliorare alcuni elementi delle attuali norme generali relative all’uso delle lingue nei concorsi gestiti dall’Epso (Ufficio europeo di selezione del personale) alla luce delle sentenze», ha affermato Georgieva, ricordando che «in quest’ottica, l’Epso sta attualmente rivedendo le disposizioni generali relative ai concorsi». 

«Battaglia vinta, la lingua italiana non verrà più discriminata nei concorsi Ue», ha dichiarato Tajani, dopo la risposta di Georgieva che, da parte sua, ha garantito che «l’Epso si adopererà per garantire sia il pieno rispetto del principio di non discriminazione che un funzionamento adeguato e corretto dell’amministrazione dell’Ue in presenza di 24 lingue ufficiali». 

Con una sentenza del 24 settembre scorso, la Corte di giustizia aveva annullato tre concorsi organizzati da Epso a causa del fatto che la lingua era stata ridotta alla rosa tedesco-inglese-francese ed era stato inoltre imposto ai candidati di scegliere la seconda lingua all’interno della stessa rosa. E il 17 dicembre Il Tribunale Ue ha annullato con tre sentenze una serie di bandi di concorso dell’Epso per aver discriminato la lingua italiana. 



Già dal 2011 l’ufficio di selezione del personale Ue aveva cominciato ad adeguarsi e a pubblicare alcuni bandi di concorso e le prove di pre-selezione in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. Ma ora ci saranno nuove regole valide sempre e per tutti. E i tempi saranno brevi: l’Ufficio di selezione del personale Ue, ha spiegato Georgieva, «intende pubblicare la procedura di selezione rivista nella primavera del 2016». 
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http://www.lastampa.it/2016/01/14/societa/non-solo-inglese-francese-e-tedesco-litaliano-entra-tra-le-lingue-per-i-concorsi-europei-uizoy4f0W8jsHajJqV3RvK/pagina.html

La lingua italiana nel mondo, opportunità e sprechi di una grande risorsa

Intervista con il Professor Luca Serianni, storico della lingua italiana all'Università La Sapienza di Roma e vice presidente della Dante Alighieri: L'italiano quarta lingua studiata nel mondo? "Non è facile dare cifre precise. Comunque è significativo che l'italiano risulti in una posizione alta della classifica, di fronte a lingue che contano su un numero di parlanti molto più alto"

La VOCE di New York ha intervistato Luca Serianni, professore ordinario di Storia della lingua italiana all'università "La Sapienza" di Roma . Serianni ha condotto indagini sulla storia linguistica italiana dal Medioevo a oggi, e sulla diffusione dell’italiano nel mondo. Socio dell'Accademia della Crusca e dell'Accademia dei Lincei, nel 2002 ha ottenuto la laurea honoris causa nell'Università di Valladolid, ed è direttore delle riviste Studi linguistici italiani e Studi di lessicografia italiana. Nel 2010 Serianni è stato nominato all'unanimità vicepresidente della Società Dante Alighieri.
Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri, il nostro idioma sarebbe la quarta lingua fra quelle più studiate al mondo.  Prof. Serianni, lei dirige una ricerca sulla diffusione dell’italiano nel mondo, secondo i suoi dati quanti studenti lo studiano? 
Non è facile dare cifre precise. L'italiano, come altre lingue straniere, si può studiare in molti modi: presso un gran numero di scuole private, le sedi della Società Dante Alighieri, gli Istituti italiani di cultura; oppure anche attraverso corsi individuali. La ricerca più recente e attendibile, di Claudio Giovanardi e Pietro Trifone, ha accertato che nell'anno 2009-2010 il numero di studenti d’italiano che seguivano un corso tenuto da un lettore nominato dal Ministero degli Esteri assommavano a 51.640. I due studiosi si sono anche chiesti quale sia la posizione in classifica nel mercato delle lingue. Risulta che l'italiano è, col francese, la prima lingua straniera tra le "terze scelte" e la prima tra le "quarte scelte". Questo vuol dire che un apprendente, dopo avere studiato altre due lingue (tipicamente l'inglese, saldamente al primo posto) e il francese (al secondo), e volendo affrontare lo studio di una terza o quarta lingua si rivolgerà con buona probabilità all'italiano. Le cifre assolute non possono essere molto elevate, perché sono pochi nel mondo coloro che studiano o conoscono, più di due lingue, oltre alla madrelingua. Comunque è significativo che l'italiano risulti in una posizione alta della classifica, di fronte a lingue che contano su un numero di parlanti molto più alto, come il russo o il portoghese (per non parlare di cinese o arabo), e con un notevole prestigio culturale e politico.
Perché l’italiano ha tanto successo in questo momento all’estero?
L'Italia continua a godere di un'immagine positiva come paese di grande cultura (pensiamo non solo all'arte e alla classica cultura alta, ma anche alla musica pop al cibo), espressione di uno stile di vita gradevole, favorito dalla mitezza del clima. Anche se negli ultimi decenni l'Italia è arretrata come meta turistica internazionale, a causa dei prezzi alti e dei cattivi collegamenti -- pensiamo solo alla difficoltà di raggiungere il Mezzogiorno, con le sue spiagge --, questa immagine positiva continua a farsi sentire. E non si possono trascurare lo studio e il lavoro: nel 2010 quasi la metà degli apprendenti si riconoscevano appunto in una di queste due motivazioni.
Molte istituzioni oggi si preoccupano di promuovere lo studio dell’italiano all’estero. È un’azione di politica linguistica o è un interesse serio da parte delle istituzioni per promuovere sia la nostra lingua e sia la nostra cultura? 
Credo che si tratti di un'azione di lungimirante politica linguistica, che tiene conto del prestigio di una certa tradizione culturale, ma anche dell'indotto economico che ne deriva. Pensiamo alla richiesta di insegnanti madrelingua, per esempio, ma anche alla moltiplicazione di contatti commerciali. Le interazioni finanziarie avvengono in inglese; ma se qualcuno vuole comprare via Internet del vino tipico da una piccola ditta del Monferrato o del Sannio può avere la soddisfazione di leggere in italiano, non in un inglese povero e stereotipato, i particolari sulla degustazione del prodotto e sull'abbinamento con i piatti caratteristici di una tradizione gastronomica.
Quali sarebbero le strategie più adatte per favorire lo sviluppo dell’italiano all’estero?
In primo luogo strategie indirette. Soprattutto una: potenziare il turismo, investendo di più in un comparto che i governi italiani stranamente trascurano. La conoscenza diretta di un altro paese suscita sempre, in una minoranza di visitatori, lo stimolo a familiarizzarsi con la sua cultura, a stabilire rapporti diretti con i suoi abitanti: dunque a imparare la lingua del luogo.  
Secondo numerosi articoli, l’italiano nelle università degli USA è molto richiesto, e molti studenti sia liceali e sia universitari lo scelgono perché desiderano visitare l’Italia. Infatti negli USA quasi tutte le università, e molti licei, hanno programmi con le diverse università italiane. A parte il vantaggio per lo studio dell’italiano, quali altri benefici questi programmi possono dare all’Italia?
Ovviamente il mondo anglofono rappresenta un obiettivo privilegiato. Non foss'altro che per una ragione banale: uno statunitense (o un britannico, un australiano ecc.) non ha il problema di studiare l'inglese come prima lingua e può rivolgere energie e tempo libero verso altre lingue. Anche qui il vantaggio è evidente: uno studente d'italiano, più motivato rispetto al turista medio da una certa conoscenza della lingua, è portato a viaggiare in Italia, a soggiornare anche in luoghi meno tradizionalmente battuti dal turismo (dall'Umbria al Salento). Ciò comporta benefici commerciali indubbi: chi pensa che lo studio delle lingue non abbia a che vedere con la bilancia dei pagamenti è decisamente fuori strada.
Molti insegnanti d’italiano vorrebbero insegnare nelle scuole pubbliche degli USA, che consigli può dare a questi docenti?
Il consiglio fondamentale è quello di non disamorare gli studenti con un eccesso di grammatica. Bisogna preoccuparsi di insegnare la lingua, certamente, ma anche di stimolare la curiosità per la cultura che la esprime. In particolare, punterei sulla conversazione e in un primo tempo privilegerei la competenza passiva: riuscire a essere in grado di capire quel che viene detto o di interpretare una pagina scritta è un ottimo modo per vincere il senso di spaesamento che coglie qualsiasi studente alle prese con un a lingua nuova.
La lingua italiana è una ricchezza, ma ci sono strutture politico-istituzionali che non si collegano e non colgono le potenzialità del momento. Come coordinare il tutto?
Attraverso l'istituzione di una struttura istituzionale (un ministero senza portafoglio o un sottosegretario con delega specifica) espressamente incaricata a coordinare le iniziative turistiche e le offerte di insegnamento linguistico.
Pensa che lo stato italiano debba finanziare con più soldi la diffusione della lingua italiana all'estero? E come per evitare sprechi?
Basterebbe prendere esempio dalla Spagna, che finanzia ampiamente l'Instituto Cervantes, consapevole dell'importanza dell'investimento sulle lingue. Non trascuriamo il fatto che lo spagnolo ha ottime posizioni nel mercato delle lingue: rappresenta la "prima scelta" per il 7% e la seconda scelta per il 16% (i dati per il tedesco sono rispettivamente l'1% e il 15%, per il francese il 9% e il 37%, mentre per l'italiano la "prima scelta" è a zero e la seconda l'8%). E la Spagna attrae da diversi anni più turisti dell'Italia. La paura degli sprechi non può bloccare la spinta a investire in un settore che, adeguatamente finanziato, può sviluppare grandi risorse. 
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http://www.lavocedinewyork.com/La-lingua-italiana-nel-mondo-opportunita-e-sprechi-di-una-grande-risorsa/d/9026/

L'arte della traduzione non si improvvisa

Non si impara una lingua traducendola con la propria mentre si può tradurre solo conoscendo la cultura che c'è dietro ogni lingua.

Il saper parlare due lingue non è la stessa cosa di saperle tradurre. La traduzione è un'abilità speciale alla quale i traduttori di professione lavorano intensamente per raffinarla con impegno, molto tempo, e molta pratica.  Agli studenti d’italiano di livello base e medio tradurre vocaboli per cercare di dar un significato alle parole della nuova lingua viene istintivo. Il problema si crea quando non si fermano solo ai vocaboli ma provano a tradurre frasi e paragrafi, anche se l’insegnante spiega e dimostra agli studenti che non possono imparare la lingua traducendo dall’italiano all’inglese e dall’inglese all’italiano per il semplice motivo che molte volte le frasi tradotte non hanno lo stesso senso o significato. Poi ci sono gli studenti “geniali” che conoscono tutti i trucchi del web e che "insegnano" la traduzione all’insegnante dicendo che tradurre è facile, basta andare su “Google translate” copiare e incollare e il tutto viene tradotto automaticamente. Oppure, puntando il mouse su un pezzo da tradurre e usando il “click" destro del mouse si apre una finestra, poi si sceglie “translate” e si traduce automaticamente il tutto in un attimo nella lingua scelta; traduzione non perfetta ma comprensibile.
La traduzione è un’abilità che richiede molta pratica e non funziona con l’apprendimento della lingua. Infatti, la lingua non s’impara traducendo e bisogna spiegarlo e dimostrarlo agli studenti con molti esempi. Ai miei studenti spiego che il computer non essendo un essere umano, non sa pensare e non capisce il significato delle parole e non conosce la cultura italiana, e per poter tradurre bisogna sapere la lingua e la cultura molto bene, quindi ad un livello avanzato. Con molta pazienza e dopo parecchi esempi, gli studenti incominciano a capire ed evitano di tradurre imparando l’italiano concentrandosi sulle quattro abilità di apprendimento: la scrittura, la lettura, l’ascolto e l’orale. 
Tutti i docenti di lingue sanno che il significato è espresso con le parti del discorso. Se paragoniamo l’inglese con l’italiano, ma anche con lo spagnolo e il francese, notiamo subito che l’inglese ha una regola lessicale semplice e distinta SVO, soggetto-verbo-oggetto,  (I study italian), mentre il lessico dell’italiano può essere  SVO (io studio italiano) VO (studio italiano, vado a scuola) OV (lo studio, lo leggo), OVS (mi piace il gelato, mi bisogna la matita).  Per semplificare questo concetto i traduttori scelgono le parole che compongono il lessico, il che ha conseguenze di personificare o d’interpretare metaforicamente all’interno del lessico della propria lingua, le categorie grammaticali interessate dalle parti del discorso. L'evoluzione dal latino alle lingue romanze comporta un cambiamento tipologico del lessico, l’ordine delle parole e i fattori che influenzano la variazione grammaticale. Quindi, gli studenti che traducono, se non conoscono la cultura e le espressioni idiomatiche e modi di dire culturali, scrivono delle frasi, o fanno discorsi senza significato perché non sono in grado di fare distinzione linguistica tra la sintassi, che riguarda principalmente il modo in cui le parole sono messe insieme nelle frasi, e la morfologia, che riguarda principalmente le strutture interne delle parole. Questi distinzioni si possono fare solo a livelli avanzati e sapendo bene le regole linguistiche di diverse lingue.
 Una delle differenze delle lingue è la potenza semantica, cioè le lingue possono quindi esprimere ogni sorta di significati. Lo scopo del traduttore è quello di portare il testo dalla lingua di origine alla lingua di destinazione in maniera tale da mantenere inalterato il più possibile il significato e lo stile del testo, ricorrendo, quando necessario, anche a processi di adattamento, cioè usare vocaboli a volte inventati o cambiando una frase (oppure eliminarla se non si può essere  tradotta) per mantenere il significato tematico e culturale. Parole o espressioni che contengono la parola associata culturalmente creano problemi con il significato della traduzione. Molto importante da ricordare le due definizione linguistiche denotazione e connotazione: Per denotazione si intende un termine della linguistica che distingue il significato principale di una parola, se non si sa il significato di una parola la denotazione è la prima definizione che daranno un dizionario o un'enciclopedia (denotazione=dizionario). Invece alla connotazione, ossia alla carica psicologica associata al termine, può variare a seconda del contesto, quindi della persona, della cultura, della situazione. La stessa parola o parole simili possono avere una connotazione diversa a secondo del luogo o della lingua e non si può tradurre usando il dizionario ma bisogna conoscere la cultura. Perciò, nella traduzione s’incontrano problemi socio-culturali e la traduzione non può non tenere in considerazione l'ambito culturale che la caratterizza.
I problemi socio-culturali presenti nelle frasi, o frasi contenenti nelle parole sono legate a quattro principali categorie culturali: Idee, comportamento, prodotto ed ecologia. Le idee includono le credenze, i valori e l’istituzione;  nel comportamento invece  includono le usanze o abitudini;  nei prodotti  si includono, l’arte, la musica e gli artefatti;  nell’ecologia si includono  flora, fauna, pianure, venti e meteo.
Perciò, possiamo dire che la traduzione è un'arte di scrittura molto complessa che richiede molte conoscenze tecniche in diversi campi: linguistico, grammaticale, lessicalesemantico  e culturale. Per tradurre occorre prima aver capito il testo originale nei suoi diversi contesti e significato. Ogni lingua è costituita da un insieme di parole, cioè da un lessico, il che implica, quando si traduce, due diversi problemi, uno al livello dei significanti, l’altro a livello dei problemi di ordine grammaticale. Le lingue differiscono essenzialmente perciò nella traduzione si incontrano molti problemi di ordine lessicale. La capacità di esprimere significati è l’insieme delle regole grammaticali che ogni traduttore deve rispettare nell’uso della lingua. Per la qualità della traduzione occorre aver compreso i principi di costruzione della lingua e della comunicazione, ma anche della cultura della lingua che si traduce. “La traduzione di fatto si risolve in un oscuro patteggiamento di concessioni, di resistenze, di pretese senza prova di legittimità tra autore e autore.”  -Mario Luzi

Da “hashtag” a “rottamatore” ecco la nuova lingua degli italiani

Il vocabolario Zingarelli nell’edizione 2014 propone 1500 new entry, che arrivano da mondi diversi. Tecnicismi, parlate dialettali e persino slang americano entrano nella vita quotidiana.


Dopo aver inflazionato la cronaca politica e le pagine dei giornali, ora il “rottamatore” entra tra le nuove voci dello Zingarelli 2014 con il significato figurato di “colui che si propone di allontanare e sostituire un gruppo dirigente considerato antiquato” (fino a ieri si riferiva a chi si occupa della rottamazione delle auto). 

In genere le parole trovano posto nei vocabolari dopo tanti anni di rodaggio tra la gente, stavolta sono bastati tre anni a sdoganare la formula di Matteo Renzi. Ma se la scelta di inserire “rottamatore” non stupisce, altri vocaboli  registrati tra le 1500 new entry del dizionario suonano meno familiari, come ad esempio “adultescente”, neologismo usato per indicare i giovani trentenni le cui condizioni di vita (studio, lavoro, casa) e la cui  mentalità  sono considerate simili a quelle di un adolescente. Un’evoluzione della sindrome di Peter
Pan, malattia inguaribile dell’Occidente: gli anglosassoni li chiamano “kidult”, i bambini adulti  (kid+adult) e i francesi “adulescent” (contrazione dei termini “adult” e “adolescent”).

Ma come vengono selezionate le nuove voci? Massimo Arcangeli, direttore dell’Osservatorio linguistico Zanichelli, spiega: «Le parole sono simili ai fenomeni carsici, esplodono, si inabissano e poi magari si ripresentano. È importante tenerle a lungo sotto osservazione, valutarne la frequenza d’uso e anche il peso qualitativo e culturale. I mutamenti della lingua sono molto veloci, è naturale che a volte si arrivi in ritardo,
come nel caso di “videointervista” o “self-publishing”, in circolazione già da un po’». 

Colpisce che i “cocoprò” siano entrati solo ora, mentre è cosa nota che il “posto fisso” ha fatto il suo tempo, nonostante la Lonely  Planet continui a menzionarlo tra le caratteristiche dell’italian way of life, insieme al cornetto al bar e al cappuccino. «Le parole sono pesanti, rappresentano il reale», continua Arcangeli. Alcune ci ronzavano intorno da anni come il termine “rosicone”, diffuso soprattutto nell’Italia centrale per dire “invidioso” in una maniera più tormentata. L’aveva usato una volta Ilary Blasi affermando di essere “una tipa un po’ rosicona” e poi però se ne era appropriato un calabrese come Rino Gattuso dando dei “rosiconi” agli avversari della nazionale francese.

Altri modi di dire sembrano invece rinverdire il vecchio burocratese, sempre in agguato: da  “pedaggiare” (sottoporre a un sistema di pedaggio) a “asteriscare” (contrassegnare con un asterisco), da “profilazione” (descrizione sintetica del profilo di una persona) allo “sbigliettamento” (emissione dei biglietti per uno
spettacolo). «Un dizionario registra la densità dei cambiamenti, dunque anche la rinascita del burocratese, per il quale ci sarà unritorno di fiamma», spiega Arcangeli che cura sul sito Zanichelli il Dizionario del parlar
chiaro. 

Certo, l’identikit dell’italiano che viene fuori dallo Zingarelli 2014 non è confortante: siamo “iperattivi”, vestiamo “bling bling”, cioè “in modo vistoso e ostentato” e sembriamo affetti da un crescente “nostalgismo”.  Segno che nonostante la velocità dei cambiamenti, preferiamo vivere di rimpianti.

www.repubblica.it

La lingua è la nostra identità


















La lingua – ci dice Derrida – è sempre la lingua dell’altro. Non si tratta solo dell’alienazione linguistica riducibile agli effetti di sopraffazione politica o culturale, a cui si possa reagire o mettere fine attraverso una lotta di liberazione passando attraverso la difesa dell’autenticità della lingua d’origine, degli idiomi schiacciati dalla lingua del più forte, che li destina all'oblio. La lingua è come una dimora, ma la lingua già appartiene all'altro  non è mai naturale o abitabile, casomai ospitale, ma non ci appartiene. La lingua si contamina di altri linguaggi, si mescola con la nostra società e con ciò che ci circonda, non resta mai fissa ma è in realtà mutevole ai cambiamenti.


L’esperienza della traduzione ci dimostra una logica folle, mentre traduciamo cerchiamo di restare fedeli alla nostra lingua e rispettare quella dell’altro, ma ne diamo un senso così talmente lontano dalla vera realtà della lingua di partenza fino a perdere così la propria unicità.
La lingua esiste prima del sorgere delle nazioni, e perciò ancor prima del concetto stesso di cittadinanza. 
La lingua è ciò che siamo, è la nostra identità.